DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
domenica, 06 settembre 2009

ALLA LONTANA, ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO - di Alberto Toni

Il libro di Alberto Toni, pubblicato di recente da Jaca Book nella collana "I Poeti", ci conduce, senza strepito, senza eccessi e senza colpi di teatro fuori luogo e fuori scena, all'incontro con versi autentici, genuini, in grado di generare riflessioni ed emozioni altrettanto salde, sensate, corpose. Come opportunamente osserva Roberto Mussapi nella sua nota al libro, nelle poesie di Toni "tutto scorre come in un film limpido e come animato da una quotidianità fuori dal tempo". Lo stesso può valere anche per un altro libro dato alle stampe da Toni quest'anno, Mare di dentro, pubblicato da Puntocapo editrice. Ciò che colpisce in Alla lontana, alla prima luce del mondo è proprio questa capacità di partire da eventi del tutto normali, in apparenza, per giungere poi a mostrare ciò che di più profondamente umano si cela nelle cose e negli accadimenti di tutti i giorni, nella vita che viviamo o percepiamo, negli attimi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni, nell'aria percorsa da respiri e stagioni. Emblematica in tale ottica è la poesia che qui propongo per ultima: le sequenze dell'esibizione dei pattinatori alle Olimpiadi Invernali del 2006 le abbiamo viste in molti e in molti le ricordiamo. Si tratta di una piccola-grande tragedia amplificata dalla televisione, che, come un immenso coro, l'ha trasmessa a milioni di persone, obbligate a confrontarsi con il mistero della sconfitta, un attimo in cui la sorte, il Fato, rivelano il loro beffardo, incontrastabile potere. In fondo è un evento di poco conto: un gesto di disappunto, uno sguardo sospeso tra il comico e il drammatico. Ma la poesia autentica, quella di Alberto Toni, in questo caso, recupera quell'istante, lo raccoglie dalla memoria come un relitto, o un naufrago ancora vivo, arrivando a cogliere, senza imporre soluzioni o risposte, il senso ulteriore, la sconfitta condivisa, il momento in cui tutti quanti ci siamo arresi "al grande tradimento/ dell'equilibrio". Lo stesso meccanismo, la stessa abilità sommessa e efficace di esplorare situazioni in cerca di un pathos spontaneo, profondo, si riscontra in tutte le poesie del libro; quelle personalissime, "A casa" ad esempio, istantanea di una vita, della storia di un uomo, e quelle in cui il personale si unisce al sociale, la passione individuale si fa civile, non come sterile predica o comizio, ma come reale necessità di indicare la strada che conduce ad una vita più giusta ed equa. In questo spazio di Dedalus posso proporre solo qualche stralcio e qualche testo. L'invito, in questo come in altri casi, è quello di incuriosirsi, cercare il libro, acquistarlo, esplorarlo lasciandosi esplorare. Perché, anche attraverso la poesia e la letteratura, oggi più che mai "è tempo/ di sbracciarsi in avanti". I.M.

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ALBERTO TONI

testi tratti da

ALLA LONTANA,

ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO  

          

 Jaufre Rudel

 

Oggi c'è un timido vento di scirocco,

scrivo, se e quando il mio trovar t'è grato,

di lontano ti giunga con la mia forza intatta.

Perché non c'è niente oltre lo schermo e non

la voce che prima ho sentito al telefono.

Là sulla costa atlantica a New York

t'immagino di profilo o è il riverbero scolpito

sullo schermo bianco. Re: NY tips,

l'invio immediato, la forbice che taglia di netto il foglio,

ché non c'è niente di più dolce dell'amore di lontano.

 

***

 

         

Alla lontana, alla prima luce del mondo

 

Alla lontana, alla prima luce del mondo,

quando per te è giorno, moglie mia, io ti

ricordo dietro la benda che mi copre e mi

vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come

quando facevamo colazione nella stanza

sul giardino. È un po' che non sento piangere

i figli dei vicini, la piccola aveva un anno

quando sono partito. Il rumore qui sopravanza

di gran lunga il cielo e l'infanzia. Il nero di notte

è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria,

rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno

i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere.

* * *

 

A casa

per Raùl Rivero

 

Sono di nuovo a casa, dice, rianimato dalla stagione,

dalle strade di sempre.

La pioggia se ne va, è stato un timido assalto

alla sua figura, con tutta la sua lunga storia,

così lontana. Come un risultato insperato. La

moglie lo guarda

seduto sul divano in salotto.

Dicembre 2004

***

 

  

 

 

Dico ai miei ragazzi a scuola

Dico ai miei ragazzi a scuola che è tempo

di sbracciarsi in avanti.

Uno per uno, facendo leva su sentimento

e ragione. L'aria, sì l'aria così fresca alle

otto del mattino nell'aula piccola e affollata

di pensieri, di fulminei sguardi, tradimenti

da niente. Serve un foglio bianco all'appello,

le idee non mancano, tenetele, per tutto quello

che non c'è ancora, per un giorno d'aria

più fredda, di freddo intenso o d'interiore

avviso o d'altro improvviso insuperato cielo

di sentinella. Così dal contrasto per

ricreare o rispondere, farsi artefici, non altro

aspetto, non di altri i gesti, i movimenti della

mano che disegna e incide, sferza le età già

trascorse, quelle future

di certo limo alimenta.

 

 

***

 

Olimpiadi Invernali 2006

a Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, pattinatori

Nel finale del samba sono a terra,

poi vanno di nuovo avanti, sul ghiaccio

ma s'era fatto morbido e scivoloso, sì,

scivola il sogno olimpico, così sognato,

così lungamente accarezzato ma non caro

al divino, al supremo astro che gira e toglie

il passo. A lungo si sono guardati dentro,

ognuno per sé, o all'altro indicando nel respiro

il torto, contro la cosa, il fatto inverosimile e

penoso, contro l'oro perduto

e il pianto trattenuto, contro la corsa e il battito

corporale, mani e gambe al grande tradimento

dell'equilibrio.

 

 

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categorie: jaca book, editi, alberto toni
venerdì, 28 agosto 2009

L'ALTRO SGUARDO - testi di Renzia D'Incà

C'è una volontà tenace, nella poesia di Renzià D'Incà, di contrastare il dolore. Anche e soprattutto quello più subdolo, quello che si traveste da dovere, da convenzione consolidata, da presupposta Santa Inquisizione e Purificazione di colpe antiche e moderne, peccati più o meno originali ma sempre additati come atti di sfida da scontare. Per contrastare il dolore si può tentare di ignorarlo, schivandolo, camuffandolo, ricoprendolo di vesti posticce di immagini e di parole, oppure, con metodo opposto, si può provare a guardarlo negli occhi, per iniziare il cammino verso una forma di dialogo, una comunicazione: percorrendo in punta di piedi la stretta linea di confine che separa la forma altra, eterogenea, dall'abisso degli specchi, l'immedesimazione, la voglia di essere risucchiati da un gorgo. La sintesi mirabile di questo incontro-scontro tra l'io e l'opposto del sé, Renzia D'Incà l'ha offerta nei versi de Il Basilisco, un libro che ha ottenuto riscontri significativi, proprio per la capacità di proporre un approccio diretto alla necessità e al rischio di fare i conti con una parte oscura che attrae e respinge, affascina e inorridisce. Propongo qui in Dedalus qualche stralcio di testi tratti sia da Il Basilisco che da altri volumi editi dalla D'Incà. Ho tratto le liriche qui proposte dal sito della poeta di origine veneta da tempo residente in Toscana. Il sito della D'Incà, www.renziadinca.com, mi è parso anch'esso coerente con il suo modo di scrivere e di rapportarsi al mondo della poesia e al mondo tout court: sobrio, funzionale, attento all'estetica ma alieno ai fronzoli fini a loro stessi. Lo stesso atteggiamento, la stessa volontà di rivelarsi senza mai abdicare del tutto al diritto di conservare quel filo di mistero che è rispetto per la sacralità della persona e della poesia , l'ho trovata anche nei versi che propongo qui di seguito. Renzia D'Incà chiama il lettore a confrontarsi assieme a lei con il bello e l'orrendo, l'arte e l'assurdo, l'anelito all'eccelso che incontra sulla sua strada il becero, il violento, il nemico giurato di tutto ciò che è armonia: questi ostacoli ottusi, questi avversari tenacemente ottusi, l'autrice li contrasta con le armi che le sono proprie: l'intelligenza, l'ironia, la capacità di restare con i piedi per terra senza smettere di sognare nuvole baciate dal sole. E' ancora L'altro sguardo, titolo di un suo libro di qualche tempo fa, a costituire l'arma privilegiata di esistenza e resistenza. Ed è uno sguardo che coinvolge, quello di Renzia D'Incà, per le verità che sa proporre mentre dichiara, solenne e serena, "Io sono un'insostenibile bugia". E forse non è casuale l'uso di un'aggettivo che si pone in parallelo alla leggerezza dell'essere di Kundera. Una "guerrigliera delle parole", che ha il coraggio di osservare che "noi siamo l'amore e gli inferni domestici", ma che sa anche dire, e dirsi, tramite la poesia e la fedeltà ad essa: "io non sono un desiderio imploso/ e nemmeno una bruciante vendetta/ Sono la necessità/ che sopravvive ai sogni". I.M.


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   RENZIA D'INCA'

Brani estratti
Da L'altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998)

...L'altro sguardo...


*

io non sono un desiderio imploso
e nemmeno una bruciante vendetta

Sono la necessità
che sopravvive ai sogni

*

io emigrante in terra di nessuno
coincidenza di opposti
convivo tra opposte polarità
io somma di numeri negativi
che fa sempre zero
luogo geometrico dove non mi incontro mai

oscuro presentimento fa di me un fuori legge
avverto clamore di poteri precostituiti
( non lavoro per bande
né per confraternite segrete)
-che sarà di me-

allaccio resistenze misteriose con gli angeli
per sollevarmi un pò da terra
ciclopica gravità mi sbatte al suolo
cado e mi rialzo con dignità
-almeno così m'illudo-

intanto la Storia passa sottotraccia
alla mia vita
ed io lancio per mare non informatico
segnali di vita in bottiglia cosmica

*

io sono
un'insostenibile bugia

un ghirigoro a lapis
sopra le certezze di un'adolescenza antica

io sono ciò che resta
del precipitato di nebbie alpine
corpuscolo di smog
atomo radioattivo cesio 173
sono la derivata alchemica
di un singhiozzo femminile
e una bestemmia paterna

sono la linea retta
fra due punti
A come abbandono
B come bambino

*

mi fanno paura la carne e il sangue
le pozzanghere scure
la notte dove tutte le vacche sono grigie
mi fanno orrore le siringhe
gli strumenti di tortura
la Prozac-felicità
e la porno-noia
Cosa ci rimane in fondo
che cosa ci consola
una sagace follia (?)

*

noi siamo ciò
che siamo stati

la memoria non serve a vivere
serve a non dimenticare
che siamo fallibili e soli
a scegliere fra luce e tenebra

noi torneremo sempre
nell'esatto punto
in cui è iniziato il nostro viaggio
condannati ad essere decisi
dagli eventi che ci hanno partorito

noi siamo l'amore e gli inferni domestici
da cui ci siamo illusi
di aver preso le distanze
in volo solitario

noi siamo sempre ciò che siamo stati
anche se ci merita un destino migliore

e la memoria serve solo a ricordarci
che il nostro viaggio è un eterno ritorno
dalla notte in corsa cieca incontro
a un'eterna notte

*

quando le parole annegano il discorso
meglio sostare sulla soglia del non dire
ad ascoltare il silenzio
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Brani estratti
Da Il basilisco (Edizioni del leone, Venezia 2006)

l'amante è più divino dell'amato
perché Dio è nel primo ma non nell'altro

(Platone  - Simposio)


  • Il basilisco

    ho incontrato il tuo occhio
    sulla soglia e sono morta
    morta di paura morta di voglia

    da qual momento in poi
    cessato mai ho d'amarti
    tu di perseguitarmi

    a stanarti tento
    con la penna del disamore
    straziarti vorrei che delle carni
    tue mai sazia mi sento
    T'offro in dono materia pulsante
    'per tua grazia ricevuta'
    parola distillata grondante

    a te consegno i resti
    del pasto inconsumato
    ed agli amanti degli amori
    incorporei surrogati devastanti

    *

    smottamenti bradisismi
    incrostazioni, nel magma
    semantico pulviscolare
    caotico nascente
    vedi tu forse qualcosa?
    Io niente. Niente di niente

    *

    chiedo chi sei chi sono
    e perché tu perché noi
    e noi due e perché perché
    non altri ma io e te
    -ed io da te-
    perché noi e l'altro
    l'altra da me e da te

    Così nell'arte del domandare
    sfinita muoio nello scortichìo
    delle mie futili parole inutili
    disperate sgorgoglianti
    arcane frantumate umilianti

    *

    niente addosso niente dentro
    iato silenzio sfinimento
    una quieta dissolvenza
    una funebre dissonanza
    vuoto di senso discrepanza

    *

    tu solo e sola anch'io
    vuota la stanza
    dilagante l'inappaganza
    manca il desiderio
    latita la danza

    *

    ti guardo non m'ascolti
    ti sento e non mi vedi
    è un dialogo fra ciechi
    visione fra sordi
    discorso d'animi dissolti

    *

    mio dolcissimo amante
    mio lutto, mio patèma,
    forse schiavo sei ancora
    e di me innamorato perso
    mio re dell'universo?

    *

    e si fa gioco e si fa alleanza
    e si canta ancora, io e te insieme
    gemelli disuguali, placide iene
    tu il torturatore ed io la torturata
    tu io principe ed io la fata

    *

    figlia tua bestia scannata
    puerile ribelle disonesta
    accoglimi ancora fra le tue braccia
    lesto che aspetti, fammi
    le fusa, su fammi la festa

    *

    il gioco ricomincia
    oppure è latitanza?
    sono sola, immota,
    e non conosco via
    lingua o danza

    *

    "da un tuo discorso
    da un tuo sospiro
    avulso monco tronco"

    accanisciti dai,
    vuoi farmi ruzzolare?
    Tanto non mi prendi
    Sarai tu stavolta
    a cadere, tu a farti male

    *

    bambina mia
    non si può fare
    lo sa, è proibito
    sarebbe un incesto

    Padre o amante
    -chiunque tu sia-
    per me questo
    è un sottile pretesto
    un invito manifesto
    ---------------------------------------------

Brani estratti
Da Camera ottica (Baroni, Viareggio 2001)

  • Emicrania

    La dura madre ospita
    affilata spada
    nei crepacci del cervello
    Non sono padrona d'altro
    che di un dolore pelvico
    che come ferita inguinale mi trapassa
    ma decentrata in alta sfera
    intellettualizzata
    così conforme del resto
    a donna di pensiero
    Mi compiaccio
    Sola vegeto sul suo nobile alato
    cerebro occidentale emisfero

    Logos trash (sul cavalcavia)

    Ah, l'Amore
    le cui forme
    (I corpi) dissoluti-dissolti

    Anime chiare (I corpi)
    anime vele
    autentiche come chimere

    Anonime aporie
    gesti irrisolti
    pendenze trascorsi-morti

    Volti assassini
    seni cosce
    sembianze di cielo

    Putrefazioni
    storie d'asfalto
    esondazioni d'organi
    fognature dissepolte

    Psicanalisi post femminista

    E' il punto G che conta
    il cerchio l'O di Giotto
    sostare sulla soglia
    con la porta socchiusa
    Ehi, dico, piano
    non occorre scardinare
    che non c'è serratura

    Brigatista d'immagine

    Guerrigliera delle mie parole
    gestivo uno sguardo diritto
    e ti schiacciavo il naso contro il muro
    sul mio Wonderbra che ingessa
    per farti finalmente guardare
    al muro in orizzontale appesa

    Ora che il fiume si è seccato
    con te spartisco il pane nero
    l'assassinio del discorso rotto
    In fiamme le parole vanno a ruba
    giù per il sentiero della trama
    sconnesse hanno perso il filo
    levata l'armatura
    ohi mi s'è smagliato il seno!
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venerdì, 10 luglio 2009

NEL FUOCO DELLA SCRITTURA - testi di Biagio Cepollaro

"Così ci sono segni che sfuggono/ al codice e al comando": questi versi, tratti da Nel fuoco della scrittura, edito da La Camera Verde nel 2008, mi sembrano contenere una possibile chiave, o almeno additare una direzione da percorrere per esplorare il mondo artistico, articolato e multiforme, di Biagio Cepollaro. Si può sfuggire al codice e al comando in vario modi: il più evidente è quello di fingersi ciechi e sordi. Non è questa la strada di Cepollaro, che, semmai, ha scelto il cammino opposto, quella dell'amplificazione dell'ascolto, della voce e del segno, anche tramite una commistione tra diversi linguaggi artistici, in particolare tra l'immagine e la parola. Nei versi qui proposti, tratti dai libri Fabrica  e, come detto, da Nel fuoco della scrittura, il linguaggio è essenziale e tuttavia nitido, come una foto scattata con mano ferma e con la mente coinvolta al punto giusto, densa di emozione ma anche attenta a far sì che la luce non sia eccessiva o scarsa, e che i dettagli facciano pensare a sfondi e panorami di più ampio rilievo, in grado di abbracciare paesaggi aspri, essenziali. C'è la quotidianità e il ragionamento, la cronaca e la filosofia. C'è la volontà indicare i mali del mondo e del tempo pur sapendo che niente condurrà alla cura, se non l'interruzione del contatto, lo schermo vuoto e spento. Ciò che resta, forse, è la consapevolezza della distanza, la volontà di porsi altrove, rispetto, ad esempio, al "telemondo" dominante e trionfante; ciò che resta forse è la ricerca di una sostanza dolorosa ma sincera, una follia amletica, non meno eversiva ma priva di posture artefatte. Resta la consapevolezza, tenace, nonostante tutto, che:

"è moto di fatto la rivolta anche se incerta/ resta e locale anche se cieca o umorale/ è moto a dire la tua passione che fa del moto/ nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento/ realistico è così quel moto a dire che s’apparta/ dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo/ sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito". I.M.

 

BIAGIO CEPOLLARO

Da Fabrica (1993-1997), Zona editrice, 2002.

 

 

 

Per moti di dire

 

un moto a dire

 

un moto a dire è sempre l’inizio del verso

ma ora che ovunque è perso il mondo a dire

 

scrive lo scriba per moti di fatto moti cioè

dal gran mondo di dire sparsi e ridotti a nulla

 

o fatti

 

è moto di fatto la rivolta anche se incerta

resta e locale anche se cieca o umorale

 

è moto a dire la tua passione che fa del moto

nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento

 

realistico è così quel moto a dire che s’apparta

dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo

 

sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito

 

 

 

 

 

per moti di dire

 

per moti di dire per mondi sfatati sfrontatamente fri

abili ai cinque sensi perduti ai programmi ai compromessi

 

per moti avvelenanti e nubi tossiche aleggianti fetide

sull’europa immoti cubi di debiti sugli alti tassi e modi

 

per ammortizzare i costi con triplicati orari con turni

festivi e con straordinarie cancrene in organici e venti

 

con abbassamenti di coste e allagamenti con friabile dighe

nei diritti negli elementi con trasformazioni di vene in vane

 

vele di rendite finanziarie vele incolumi elusive procellarie

mentre da casa in isolatissimi isolati si fanno ordini elenchi

 

commissioni ed inventari e così accordari spostari di capitali

si fanno così anche telematici solitari e tristi amari immoti

 

 

chiudiamo il contatto

 

chiudiamo il contatto che appesi restino e muti

che pendolino stesi finalmente e muti

 

franiamo una volta per tutte il contratto

dicendo un conto è la forma del patto

 

altro è sostanza

 

l’abbondanza oggi affama perciò facendola

chiara chi ci guadagna non lavora chi bilica

 

svidea e sgrama

 

 

 

 

Da Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008

 

(…)

 

così ci sono segni che sfuggono

al codice e al comando

segni la cui sola funzione

è di additare il limite

di un linguaggio usato

come si crede di usare

il mondo

i limiti del linguaggio

sono i limiti del mio

mondo: eppure l’unico

filosofo vero del secolo

passato pensava al di là

di quei limiti senza il coraggio

di dirli: lo stesso era capitato

a Federico il secolo prima

e a Baruch ancora più

indietro:

la ragione è più larga

e lo diceva Amleto dovendo per forza

passare per folle eppure impeccabile

la sua logica andava a braccetto

con gli spettri ma non tutti

possono dire di questo

perché non tutti hanno vissuto

a testimonianza di questo

e le parole contano solo

se non sono solo parole

l’itaglia è un paese retorico

e la sua poesia per lo più lo è

 

 

 

 

Nota.

Fabrica, con Luna persciente (Mancosu ed., 1993) e Scribeide (P.Manni Ed.,1993) costituiscono la trilogia De requie et natura. Oggi questi libri quasi introvabili sono liberamente scaricabili dal sito www.cepollaro.it. Nel fuoco della scrittura ha dato il titolo alla mostra essendo parte integrante del lavoro visuale. Un videocatalogo della mostra è reperibile su http://www.youtube.com/watch?v=z8GWUo2Bvns

e, in generale, per il lavoro visivo sul blog  http://cepollaroarte.wordpress.com/

 

 

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postato da: ivanomugnaini alle ore 14:42 | link | commenti | commenti
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mercoledì, 10 giugno 2009

NEL SENSO DEL VERSO - testi di Valeria Serofilli

Dopo Elisabetta Baleani, propongo un'altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell'esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, "Nel senso del verso: nuovo volume". L'indicazione "nuovo volume", non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: "Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana ("Aut prodesse volunt aut delectare poëtae", v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. [...] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli "pseudo salotti saltimbanco", mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti". Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell'autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.

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VALERIA SEROFILLI

testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO -

NUOVO VOLUME

Via di fuga nel dislessico

Sospesi tra l'attesa del peggio / quel tuo dire

"tanto deve finire" e "la spendo appieno

giacché non dura - per così dire -"

Ciclicità è rinascita / ma sfianca:

gemme continue germinano stress

e a ripetersi, l'indefinito / già sei fortunato

 

Ma quale fugace fuga e fuggitiva

si prescrive nel flusso che furtivo

ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo

consenzienti impacchi di mistero in attesa

d'incudini a recidere (il niente o il meno vero)

 

Astanti di tempi senza resa / miraggi

di lungometraggi in attesa

si continui a fugare quell'arresa

nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa

riscossa della più fervida rissa

di quell'arringa / terra promessa

 

letale plancton che alla sorte

germina misfatto, surimi per non dire granchio,

(cavia) caviale o più pregiato succedaneo

Sospensioni liquide di amplesso

siamo più o meno quel che ci è promesso

(o meglio concesso), ma la fine sussiste,

quanto prima e la sfida continua

nel dislessico.

 

***

 

Se casomai spronato

 

Se casomai spronato quel tanto / da

 dar luogo ad un rimorso che convenga

 ti spiegherei che esiste anche la selva

 ad inselvatichire le stanche membra

 

Se casomai servisse a qualche cosa

delucidarne il lucido sentiero, ti

spiegherei che quel che avverto è vero

e non son versi buttati alla rinfusa

 

Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono

quel tanto che mi faccia effetto

quel poco che mi sostenga l'affetto

e fintanto che ne sono degno

 

Se casomai l'eclisse fosse vento

cerco l'effetto fin quando non l'avverto

sfogo lo sdegno che più mi diverte

e mi sostengo in differito inganno

mentre tento / la sorte / e la ritento.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 18:53 | link | commenti (1) | commenti (1)
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sabato, 30 maggio 2009

VENTO ROSSO - poesie di Elisabetta Baleani

"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.

 

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ELISABETTA BALEANI

Poesie tratte da VENTO ROSSO

ediz. Simple, 2009

 

 

Sulle ginocchia della sera blatero

al vento le mie canzoni:

vecchie morìe, impacchi giallastri,

stupefatte gondole quasi a galla

non vi vorrei avvicinare

se non per commissione,

vi odio più della pelle che mi riempie

perché straripate

per diventare me, non avete

pietà nella staffetta,

né di quanto aguzzina

sia la vostra sosta

sulla mia bocca.

In risposta: che peritura

sia la mia salita.

Che non incappi

nel vostro condominio.

 

 

   

***

 

E’ tempo di sangue e di zanne,

sciolte croci navigano avvistandomi,

silenti fuochi si affliggono

iridescenti, io meno la sorte,

mi sveno volando,

mi svendo ambulando,

m’arrendo e nutro biancori e corazze.

Sterminatrice d’ossimori,

le lande dall’onda

rugginosa non accolgo più,

anzi quasi annego lontane,

così schiarite, estranee a

questa nitidezza orba di fiati,

a queste lame rosse di mattino

impuro. Non così. Non oltre.

Non con la luce.

 

 

 ***

 

   

RISVEGLI

 

S’allunga il giorno negro su di me

mio malgrado mi rivestirà

spariranno le finzioni della notte

la luce mi sfonderà.

Ora, l’alba è sfumata

su frantumi di bitumi,

il mattino mi scodella, schivo,

brandelli di mele corrugate

e la pancia del mondo

s’arrovella su tastiere

dove sarebbe fresco morire

prima di perdere la terra

agra, dove la parola è bestemmia

e il silenzio una risacca attonita.

Ego iucundissima sum

In questo dies irae.

 

 

 ***

 

 

COME L’ODIO

 

Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,

come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata

e come quello che sale e sfiata

da oscure melme e ascose penitenze

e colpisce il giogo di tempi e tormenti,

asseconda vicende di serpi e di serti,

come l’odio giallo del sole-pungiglione,

così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide

il tuo sformato amore scostante e violento,

che canta burroni e scortica visioni,

così mi schiude e mi sbuccia

con coltelli dai denti d’aurora

che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,

così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,

dipanandomi pian piano inerte,

dislocandomi di stazione in stazione

esule dal mondo e dalle cose,

fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente

dietro le sbarre di chi non ha più niente.

 

 

 

 ***

 

 

NOTTI ESTRANEE

 

L’auto mastica invano la strada

dove i gatti si disossano molli,

guanti riversi.

Vagabondando infausti

infiliamo rossori

ci impigliamo nelle gonne nere

come ragnatele

ci prodighiamo in volti di plexiglas

trastulliamo la guarigione.

La notte intanto tiranneggia, atroce.

Le stelle sono ora

le squillo più ambite.

 

Viziamoci soffici, mio puledro,

e dondoliamoci.

 

 ***

 

    

A SOLO

 

E così vai solo

coniugando per difetto

le litanie che il tempo

ti smemora labili

e che il rossore delle carni

ti assegna immancabilmente;

vai solo affilando

utopie seriali, panoplie da

accasciati carnevali.

Calmati, perché tanto

sub tegmine fagi

non ci sarà rumore

né pastura al dolore

le foglie tremoleranno imberbi,

le grinfie misureranno

gli occhi di queste notti

in cui se Venere vuoi disturbare

c’è mela e mela

frontiera e frontiera.

Non piangere: tanto

sub tegmine fagi

non é per te carezza di brezza.

 

 

 ***

 

   

IN MEMORIAM

Rabberciando trampoli:

rabbrividita mi protergo

amara luce, spaziando

per quest’erta dove giacciono

parole a rilevarsi ossute,

dove non esistono spiragli compagni

né querelarsi varia la memoria.

 

La storia è storia:

di folle c’era l’antefatto

(il grillo parlante sfornava sentenze).

Di scompensato ancora si ode

il celebrare minestre su finestre.

 

Per la radice tua

silenziosissima preghiera scioglierò

e perché tu possa raschiare

molliche dalla crosta d’ogni pane.

 

 

 ***

 

     

Avevo voglia, stasera,

di far tremare la primavera

-io, sul ponte del nulla,

masticata dal vento,

ingiallita da elettrici barlumi-

avevo voglia di graffiarmi addosso

di recitarmi fino all’osso

-corre di traverso l’onda sozza

della notte facile e leggera-.

Ma canta l’ago

e mi presta il suo fragore

m’oscilla addosso scatenando

terree brine sulle terre di confine.

Stasera, il firmamento

m’è bestia silenziosa,

infido si protende

smascherando stelle

come toppe e bende.

Piena, in questa oblunga notte

sono, di passerelle.

 

 

 ***

 

 

Devi fuggire sulle ali del jazz

ed io veramente su quelle sono fuggita

non c’ero più, salivo, salivo,

il vuoto alleggeriva le giunture

ero finalmente la gazzella del vento,

o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere

esce smunta, circuisce un po’ la luce

e se va più su oltre il midollo

che la spinge lontano dalle mani

e dai diari, lontano dal tempo

che lampeggia fiacco e sfiora

solo cose che dobbiamo perdere.

Devi fuggire sulle ali del jazz,

allungare il passo e andare oltre

più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,

oltre la soglia che non ha memoria,

defluire dall’oscurità e risvegliarti

limpido e leggero sull’onda

che rinnova e riconsola.

 

 

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categorie: editi, edizioni simple
domenica, 24 maggio 2009

INTAGLI DI MEMORIE - poesie di Bruno Bartoletti

"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".

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BRUNO BARTOLETTI

testi tratti da

"IL TEMPO DELL'ATTESA"

 

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Il tempo dell’attesa

 

 

Io fui. Già il tempo quieta l’acqua

sul non cresciuto porto dell’infanzia

 

caligine avanzata sulla proda dove il vento

forte mulina remore e ricordi

sotto la torre vigile dell’ora

 

ombra tra ombre disseccate al suolo

 

fui quell’istante esile nel soffio

che sulle smorte sillabe rimuore

quando nel vespro cadono le stelle

 

fui solo l’apparenza una domanda

pagina bianca inutile sospesa una promessa

per completare il tempo dell’attesa.


***

Attesa lunare

 

 

La gora rimescola i giorni

sospesi a una pendola bianca

tra occhi di melograno,

fessure tagliate di luce,

si screpola il gesto nel lento

naufragio dell’ora.

Mi slena il silenzio dei monti

cucito a memoria negli occhi,

l’immagine nera di un treno

che screpola l’ombra del tempo.

 

Si sveste la sera le mani di seta,

nel soffio rimemora il vento d’aprile,

sui campi profumi di stoppie.

Attesa lunare distesa sul fiume

che inonda silenti bambini

in attesa, profili di donne

supine nell’ultima luce.

 

***

Non lasciarmi parola

 

 

Non lasciarmi parola

sopra aride spoglie

ramo inutile e vuoto

non fuggire oltre i deserti del fuoco

tra le lande pietrose della negazione

o nella palude dell’indifferenza

 

(il giorno batte le sue ruote

e la sera affonda

nell’implacabile violenza degli astri)

 

non recidere la radice

che ancora mi trattiene

nella lacerazione

di oscuri cunicoli

per risalire a vie chiare

nella contemplazione

della mia della tua sofferenza

nel fuoco o nel tormento

della tua significazione

 

(schegge di luce sferzano l’alba

e il sole trabocca

nell’incerta reliquia del giorno)

 

non vuota non sola

ma limpida

acqua di pura sorgente

al silenzio

alle nevi perenne

ritorna

non disabitata

all’essenza suprema

 

***

Le radici

 

 

Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba

e ginestre, dove solo intagli di memorie

trafiggono il cerchio di luce che fugge

all'orizzonte, qui dove siedo memore

di spazi mai posseduti, con queste mani

aperte  che bevono un tramonto di pensieri,

con questo cuore impaurito di preghiere,

qui dove stride solitario un corvo sopra

spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra

nera del fiume. Esule pensiero di memorie

trafuga questo istante nello sbadiglio pallido

del sole che si insacca. Qui sono nato,

o forse mai. Nasce chi cresce nella sua

terra e vive e poi vi muore. Io no.

Mi portò esule il vento per ragnatele

di strade, dove già tanto era fermarsi

un poco per sostare, eterno forestiero

ad esplorare palpiti vivi nelle rughe

del pensiero, viandante sopra lidi

di emozioni solo sfiorate con gli occhi

addormentati a raccontare storie

sepolte seminate nel vento.

 

Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,

la quercia secolare con le grosse radici

che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento

nel vuoto che risale.

Sprofonda la badia il suo silenzio.

Tace e un tormento sale dal profondo,

esule ancora, dalle membra stanche.

Per chi non ebbe soglie da varcare,

sconosciuto viandante, il tuo riposo

è solo là dove vedesti il sole che non

ricordi, o spiagge che non toccasti.

La marea porta sempre alla deriva

e ciò che resta è solo la memoria.

Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.

 

***

Mi dilaga nell’animo la selva

 

 

Mi dilaga nell’animo la selva

dei pensieri tra spigoli di mura

di questo borgo chiuso al suo silenzio.

Il freddo non dà tregua, taglia la macchia

brulla, scopre la montagna e scende

tra queste quattro case, screpola la pelle,

penetra. E oscure apparizioni lasciano

presagi incerti sulla selce ove gioca

un riflesso d’acqua e mutamenti.

 

Tempo che fu raccolgo dalle ceneri

del vento, grani di giorni uguali,

come uguale è questo sentimento

che preme come un lume sotterraneo

tra maceri di lacrime e di foglie.

Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,

di tenebre, di cose, oggetti sparsi

su una materia opaca, invisibile,

che il cuore non ravviva, muore.

 

Sono i piccoli specchi in cui si frangono

sembianze sconosciute, presagi

inafferrabili di cenere e di assenze,

è la parola oscura, senza voce,

eco perduta nella polvere e nel vento.

Il mio tormento è risorgere ogni istante,

tramutato, da queste oscure soglie,

 

è vivere e durare oltre quest’attimo.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:49 | link | commenti | commenti
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domenica, 10 maggio 2009

ABITARE L'IMPERFETTO - testi di Lina Salvi

"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.

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LINA SALVI

testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007  

 

 

 

Abitare l’imperfetto

 

 

Affrontare la quarta fase

investire in ciò che siamo

non siamo, di verità avidi

sempre in bilico il sapere.

Bisogna sempre mentire al titolare

garbatamente dire,

infilare l’ago dolcemente nel punto

più dolente della gamba,

nascondere lo sdegno.

 

 

*

Mi spaventa il ritmo regolare

delle piante, le stagioni, sempre quelle

catena al collo

si potrebbe inventare, dire

di una sinistra variazione del tempo

qualcosa che sfugga suo malgrado

primitiva alla morte.

 

*

 

È uno strano movimento

del cervello, il girare a vuoto

nella sagoma di un coltello,

la solita infiammazione di un nervo,

un fuoco che pervade il cerebrale

lo stare della scrittura su una gamba

sola.

 

 

*

Resto comunque aggrappata

alla vastità di una pianura, al mare

d’oriente, a quel bacio inesplorato,

ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto

ci sarà dato, al secondo giro di vento,

al cenno sovrano del bicchiere.

 

 

*

 

 

La messa è finita

raccogli dunque il tuo pane

l’epifania del lago, i battelli

battezzati, un nome solo

a memoria.

La parola non è che

un corpo innaturale

pelle avida di sale.

 

 

*

 

Spingersi oltre questa sera

per netta conseguenza

dentro a un film

in uno spostamento d’aria di vuoto,

che ognuno porta con sé.

Conosco il male, ciò che hai lasciato

la necessaria violenza del sale

quel freddo che restringe

in un appello nominale, le arterie.

 

 

 

 

Socialità

 

 

La lettera giunse in dicembre.

La lettera parlava chiaro: non avevo

scelta dovevo partire, accettai contro

il parere di mia madre. La nostalgia

mi costringeva a lunghe telefonate

a faticosi viaggi, interrotti da turni

di lavoro, incomprensioni di colleghi

che dei meridionali non ne parlavano

mai bene, lei non mi salutò mai

con un bacio, con una carezza.

Desiderava che accettassi

l’aiuto di un parente o che tornassi a casa

il ragù che ribolliva sui fornelli

potesse amalgamare non solo la pasta!

L’ordine del giorno scivolava

apparentemente su argomenti più frivoli,

ero fidanzata, non ero fidanzata,

pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo

della mia schiena, della sua cicatrice.

Alle sue domande reagivo come se non avessi

ascoltato, come se si fossero d’un tratto

interrotti i fili della comunicazione,

come se l’esistenza di un bisogno

mi procurasse un’emozione

dalla quale era meglio stare alla larga.

Riprendevo vigore, scatto assumevo

un’espressione inflessibile e statuaria, io

che senza una barra metallica conficcata

nella schiena non ero nemmeno in grado

di governare il capo.

 

 

***

 

Il nuovo colpo di grazia lo dovevo

alla nascita di un partito.

I miei connotati furono sfruttati

per stabilire nuove minoranze, diversità .

si parlò di federalismo, secessione, di come

saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,

nelle nostre case, di come le nostre stereotipate

valigie di cartone si fossero dissolte al di là

del Po, nell’inevitabile scenario di

miseria, di sporcizia delle nostre città.

 

***

 

 

 Il primario entrava da un ingresso

secondario, osservava la schiena

prescriveva radiografie, avanti

il prossimo paziente. Immaginai

solo la catastrofe. Erri mi lasciò.

Povero, non gli riusciva di vedermi

in quello stato! Il viso deformato

dalla mentoniera, le gambe rigonfie

dalla caviglia all’inguine

un corpo impossibile da esplorare

causa le sue forme, non perfette.

Non mi guardavo allo specchio

non mi piacevo.

Nel nuovo quartiere fui nota

con un appellativo, una sillaba

che nell’uso dialettale

valeva come sinonimo di diversa.

La pronuncia, dapprima labile

a mano a mano che la parola

prendeva corpo diventava più acuta

nel tono. Quell’insieme letterale,

apparentemente innocuo e privo

di significato, produceva su di me

lo stesso effetto del magma, dell’infuocata

massa terrestre di cenere e lapilli

che, sgorgata dal ceppo del cratere,

raggiunge valle portando dietro sé

fiumi,germogli,case.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:23 | link | commenti (3) | commenti (3)
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domenica, 15 marzo 2009

UN SOGNO GUIDATO - poesie di Eugenio Nastasi

"Non sogno più", scrive Nastasi in un verso di questa sua raccolta pubblicata nel 2008 da Lepisma. Con un verso altrettanto breve precisa, poco oltre, "prendo appunti". La negazione dell'attività onirica e l'affermazione di un'attività di pratica e metodica annotazione della realtà sembrerebbero delineare un chiaro e tutto sommato sereno discrimine, una scissione netta, un taglio pulito, quasi chirurgico. Leggendo i versi della raccolta di Nastasi, tuttavia, ci si accorge che, per dirla in termini pittorici, non siamo di fronte ad un taglio alla maniera di Fontana, ma, a sfumature, nuances, grumi corposi di colori di stampo, per così dire, impressionistico. Con molta onestà, con occhio e mano di poeta-pittore, Nastasi descrive lo spazio che vede e percepisce, avendo sempre, come amara consolazione e contrappunto, il senso del tempo che scorre, la visione che si fa inevitabilmente memoria, "le scarpe consumate dagli alberi/ i pensieri già esplosi come germogli". Ma in quella visione di un tempo attuale che si fonde al passato, c'è una consapevolezza a tutto tondo, gli occhi che subiscono una ferita di dolcezza, senza rinunciare alla ricerca di "un'altra pelle/ finalmente indivisa". Forse la poesia, forse la verità, o semplicemente l'intuizione breve e interminata di un senso che svanisce nell'attimo stesso in cui viene concepito, ma lascia, nonostante tutto, una traccia di bellezza. Ed allora l'affermazione di partenza dell'autore, "non sogno più", appare inesatta, contraddetta dalla trama dei versi, e dalla ricchezza immaginifica, semplice e suggestiva, degli appunti poetico-pittorici raccolti da Nastasi in questo suo libro con estrema cura e passione, sapendo bene che "non succede che ripassi altra vita". I.M

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   EUGENIO NASTASI

 poesie tratte da UN SOGNO GUIDATO - edizioni Lepisma, 2008

        

    

 

 

                               2.Se il dolore rimane e

  non ingombra, più calma

  la sorgente forma un lago

  Ma quale cielo, quale inganno

  di nuvole infedeli

  coinvolge e placa di marzo

  un corpo dilatato nelle cose?

  E’ l’anima il suo sogno migliore.

 

   antefatto

 

Su e giù nel tempo una notte

in veglia appostando un suono

di voci scivolate

nella somiglianza che le fa proprie

al buio,

sfogliate nell’intonaco e pallide

in attesa d’essere riconosciute.

Come piccole torce

a cercar sosta, si scoprono devote

al mio star male,

e come me

dopo ogni notte

tornano alla forma contorta

del loro natale

               

         voci al telefono

 

Voci al telefono, lucciole

di fiato indistinguibile

appese all’orlo del mondo

in controluce, intensamente

vive di una loro

primitiva sequenza,

voci che mi attraversano e

dolorose dicono di esistere,

voci notturne

senza riposo agli occhi,

ferite dalla loro dolcezza,

piene di astinenza e un poco vinte

nel pallore della confessione,

con amore nelle mani

programmate per fuggire via.

                                  Voci che in gocce

mostrano

la tenerezza del morire

per la vita che se ne va

dietro la vita

cercando un’altra pelle

finalmente indivisa.

 

         

 

                       

 

 

              ansia dei nomi

 

Vivere un’ansia di nomi non posati,

sentirsi clandestini dove il cuore

converge

in cerca di un riscatto,

tenere dentro la paura di chiamare

un nome

sapendo che nessuno risponde.

 

            un sogno guidato

 

C’era un noce nella macchia

in collina

fichi d’oro e una pergola

d’ombre spandeva favole

con semplici rivelazioni –

c’era a settembre il gioco alle noci

che variava per numeri –

il tiro al tocco che appena ti segnava

rendeva incerta la mira –

c’era un mondo di cesti       di tini

e grappoli ungevano riserve

di sere odorose e indulgeva

il nostro ruolo di infiniti fanciulli

che vedevano chiaro oltre i canneti

della fantasia –

c’erano pomeriggi estivi

di muscoli tesi

le scarpe consumate dagli alberi

i pensieri già esplosi come germogli –

c’erano distanze dietro tutti i cancelli

e il mare dietro le siepi – sempre il mare –

sapevano di more le carezze

e di petrolio gli occhi spalancati.

 

                             jonica

 

Andare senza respiro

dove il ficodindia urta la ginestra

e l’ astinenza più che un dono

è un vizio,

barattare un mattutino

all’angolo di strada

per smuovere tutta la solitudine

di una sola vita,

stringere il fiato nelle radici

d’inverno quando l’anima

indica un’onda di gabbiani

navigare sull’ erba tra gli ulivi

come se fosse prosciugato il mare.

 

 

 

                   prendo appunti

 

Ho creduto a storie

di timide sere

              Un fuoco di mani

              apriva mondi

e la carta della mente

non si asciugava mai

Stelle spandevano brina

con occhi di gelo

Il miele del vivere

consegnava pezzi di pane

come grani dell’ultima Cena

 

Ho creduto a uno sguardo dativo

 

All’opera che s’incarna

nel rimescolio degli uomini,

ai cortei  alle fughe  alle piazze,

ai sogni orizzontali,

al nostro canto libero, reduci

dell’oceano provinciale

 

Non sogno più da anni

vendo piccoli quadri dove un merlo

è più di un aquilone

Conosco il nome dell’erba settembrina:

ho ancora una penna,

prendo appunti.

 

                  la parte ritrovata

 

Dalla parte ritrovata, nella stanza

o nell’altro cielo,

si scoprono alchimie e false trasparenze,

umana mente di attesa e pazienza –

il vero non accade nel sogno.

                Rimossa la pietra pasquale,

                la rivincita dei sensi risale

                da una finitudine perfetta.

Vivere di questa terra calpestata

dove i pensieri sono più dei gesti.

                               Non succede che ripassi altra vita:

questo il disegno che abbiamo

colorato, questi i contorni.

Se m’accosto vedo l’antico portone

e penso che di là c’è un’altra infanzia.

 

 

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domenica, 08 febbraio 2009

ERAVAMO CIECHI E RESISTENTI - poesie di Maria Attanasio

"Eravamo/ ciechi e resistenti", scrive Maria Attanasio nei versi qui proposti tratti da "Amnesia del movimento delle nuvole", edito da La Vita Felice. Ciechi e resistenti, ossia ciechi ma resistenti: condizioni che appaiono quasi in rapporto ossimorico, intrinsecamente contradditorio e conflittuale. Non è così. Si può e si deve resistere, nonostante la cecità imposta, suggerita, inoculata, esaltata tramite spot mirati, pubblicità occulta e palese. La cecità, e l'atteggiamento ad essa correlato, il silenzio, vengono santificati sugli altari di mille voci ronzanti attigue ai palazzi dove si annida il potere. Si può resistere, i versi di Maria Attanasio lo dimostrano con ampia, ritmata, possente evidenza: tramite la scrittura, tramite la ricerca di senso, complessa, intricata, a volte deliberatamente dislocata, arabescata, diretta per mirabili e vitali volute verso le due mete salvifiche da conservare e da ricercare fino all'ultimo filo di fiato: la verità e la bellezza. Anche quest'ultima conciliazione, essenza della poesia di ogni tempo, ma anche di ogni vita che pretenda di avere un significato, è resa pratica attiva dai versi della Attanasio. Attraverso una poesia che racconta, affabula, conduce a visioni spesso crude ed estreme, ma sempre percorrendo vie assolate ed autentiche, quelle delle campagne siciliane, ma anche le arterie della Mitteleuropa. E' poesia mediterranea ed universale, radicata nello spazio concreto e nel tempo, "nel mondo delle epoche", il cui senso è nel dolore ma anche nella rivalsa, nella sete di giustizia umana, conscia e innamorata della vita, nonostante tutto, a dispetto delle ferite della storia e della contemporaneità. Leggere i versi di Maria Attanasio è un piacere estetico, di natura ritmico-musicale, ma anche un atto di intensa presa di coscienza, rabbia, amore, passione civile senza retorica, per tramutare le amnesie in memoria, in presenza viva. Con molto piacere inserisco in questo spazio di volo letterario una poesia legata al sangue e alla linfa autentica della terra. I.M.

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MARIA ATTANASIO

Da Amnesia del movimento delle nuvole (Ed. La Vita Felice, Milano, 2003)

 

In fuga, a branchi

 

Risalimmo le lettere del libro

il mistero della luce a spirale

nella stanza – a branchi, in fuga,

non si sa da chi da quanto- ribaltando

il silenzio in algido fondo

astrale.


* * *

   

 

Nel mondo delle epoche

 

Nel mondo delle epoche echeggiavano risate

vibrazioni come tuoni tempeste in lontananza

erano invece i parlanti -guerre epidemie campi

minati e campi di sterminio- avremmo voluto

soffrire per quelli, portare un qualche aiuto

-Spartaco a Roma è crocifisso- eravamo

ciechi e resistenti: grumo afasico e incolore

che non volendo era.

 


* * *

    

                    …odiavo l’inverno

                 

                  …odiavo l’inverno e mi dispiacque

essere ameba nella notte antartica

-sorte di banco in banco acuminato

letargo- aspettando tra le tempeste

che Magellano doppiasse Capo Horn

o che un qualche animale sulla tolda

mi metabolizzasse in balzo di tigre

nella savana. Al buio continuai la mia corsa,

poi gli occhi vicinissimi allo specchio

verdi, radianti…


* * *

 

La sedia che la sua mano…

 

La sedia che la sua mano impagliò

e disperse le sue tracce

tra il bianco delle infermerie il freddo

dei notomizzati nel buio lessicale

che fu

schianto di temporale tra gli agrumeti,

estate di fumo nei campi del quaranta.

Arbeit macht frei.

 

 

 * * *

  

..di colpo la parola smarrimento…

 

…di colpo la parola smarrimento subito dopo l’altra

seicento -facili rime assonanze mi dicevo nel sonno-

affondando tra i liquami nel lazzaretto di Palermo

dove fui medico della Gran Corte –di nome Ingrassia-

con infusi alchimie salvavo dalla morte gli appestati,

l’anno dopo da ignota mano avvelenato a corte per invidia…

                                                                                           …morivo

a poco a poco risalendo tra le strade di Parigi sul finire

del secolo dei lumi Viva Saint Just! Viva Robesbierre!

Fu sentenza di morte. Sulla carretta  verso la ghigliottina

domandai chi fossi al Capitano Giustiziere indicò

nel folto di una schiera un ragazzo imbottito di tritolo

in Palestina, e un’altra, lapidata…

                                                       ….nel frattempo ero già morta…

 

Era la notte del diciannove giugno del 2002: non sapevo chi,

in quale modo ero.


 * * * 

 

Un attimo uno solo…

 

Un attimo uno solo -assoluto

in cima al campanile- luce

di sofferenza intelligente

che tace nell’occhio del mattino

senza scissure fraintendimenti

si guarda e non si riconosce,

il dio imperfetto, la grande amnesia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:14 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: maria attanasio, la vita felice, editi, amnesia del movimento delle nuvo
domenica, 28 dicembre 2008

IMPRONTE SULL'ACQUA - poesie di Francesco Marotta

 Impronte sull'acqua, il libro di Francesco Marotta pubblicato da "Le voci della luna" in seguito all'affermazione dell'autore nel Premio "Renato Giorgi", è una testimonianza ricca, generosa, sul rapporto complesso tra poesia e vita, tra parola scritta e voce interiore. La coscienza dell'inconsistenza del gesto e perfino del tentativo di una riflessione in qualche modo razionale, si scontra con il desiderio e con la necessità di osservare l'impronta dell'essere e del percepire nell'attimo breve in cui lascia traccia di sé sulla superficie in costante mutamento. Quell'istante di creazione costituisce il più grande dono e la più grande condanna di ogni artista, di ogni uomo. La condanna ad essere un dio, per un tempo infinitesimale destinato a scontarsi con la beffa dell'eternità: ciò potrebbe spingere al silenzio, ad una negazione che è cancellazione del sé, distruzione a priori. Ma alla fine, un autore autentico come Francesco Marotta, un uomo che sa bene che la ricerca di senso, al di là di tutto, è forse l'unico senso esistente, contrasta l'istinto della distruzione con l'essenza della volontà di esplorazione, anche di territori desertici o di confine, dove la vita è più aspra e più vera. E la creazione, la mappazione di aree estreme, può avvenire solamente attraverso la descrizione, la nominazione di enti e pensieri, fenomeni e noumeni. La parola, nell'atto di dare forma, dà vita. Ed è la vita, anche nel dolore ed attraverso il dolore, ad emergere dai versi di questo libro intenso e scabro. La parola nuda, priva di orpelli, conscia del ruolo di fragile ma tenace generatrice di mondi, nell'atto di delimitare espande, e, per quanto è concesso, modifica, o progetta di modificare: "resistere al pensiero e/ stare col padre a raccontarsi/ favole di nebbia, ricostruire/ il nome, franato, che/ precipitando al suolo, rese in /curabile la distanza". I.M.

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FRANCESCO MAROTTA

da Impronte sull'acqua ,

Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008

* * *

giorno di calma sui sensi, in

aspettata quiete a

dismisura, col suo carico

vivente di memorie, con

la sua terra distesa sul viso

nuda, in attesa del

l'acqua odorosa dei sogni

della sorgente infetta di

gioie lontane sotto

traccia, di migrazioni

piaghe, giunture e intagli

profondi come un rifugio, un

sonno raccolto tra i capelli

pettinati d'ombre, poteva

essere sguardo che controlla

transiti e tormenti, poteva

sentirsi grido ingigantito dal

le linee della mano, farsi

corpo di neve a

disperazione del lievito

d'aprile, di tutto il vento

trattenere appena un arco

di cielo immobile, fissarlo

quaggiù sulle sue gambe

dargli aria goccia a goccia

dalle labbra del cuore, poteva

resistere al pensiero e

stare col padre a raccontarsi

favole di nebbia, ricostruire

il nome, franato, che

precipitando al suolo, rese in

curabile la distanza

* * *

 

è la mente che

numera il silenzio

dei morti, e la conta

è un dolore che vive e

ramifica in chiazze di

nuvole sulla pelle, a volte

è sabbia, un tramonto

un fiore di neve

a distendersi fino al

le pupille, a

riempire la bocca

con la sua lingua colma

di ricordi, con i resti

vaganti di un

incendio, con la sua

veste di orme, di voci

di capelli, con la

rappresa, impura

verità del gelo

* * *

 

la crosta si sazia di ghiaccio

minerale, la zolla che

preme ha la pelle

costellata di fori, accensioni

che affondano il senso e

sfumano alla resistenza

del seme, e dunque

l'arsura è un coagulo

che impregna tutte

le cose, un liquido inverso

muta occhi per uscirsene

al sole in forma di

stelo, di voce, mentre

scivola via da ogni sponda

tra un filo di sale e uno

strappo nella rete

del tempo, ma

qualcosa s'attacca al

la bocca, un pulviscolo, un'

ombra, una creta, un'orma

sul manto del buio, un

profilo di sangue, di linfa

aggrumata

s'apprende al suono dei passi

scioglie i lacci al

sonno dell'angelo

che rovina, al risveglio, nel

vuoto di volti del

la prima dimora

* * *

 frana anche l'attesa e

l'ora spalanca tiepide

quieti d'abisso, lo spazio che

cede a un graffio d'anima, al

pallore di ombre di plastica e

ossa, immagini a picco

sfarinate nel piatto, un

pasto di sere già muffe, il

ventoso continuo di luci e

rombi che gonfiano l'aria

trapassano in dissolvenza

le strade ad altezza

di voce, i liquami di vite

arenate ai margini di un grido

filamenti, radici, qualcosa

che arriva alla porta e

vapora sull'uscio

in forma di respiro, un saluto

un sorriso stentato, tu ora

dormi, io raccolgo la

sabbia dai vetri, la polvere

rossa che rinasce nel palmo

a ogni colpo di spugna, un varco

carnale che tracima alfabeti

parole per dire riconoscimi

sono tua madre, sono

l'acqua che

grandina sete nel

l'arsura dei giorni, la risposta

che scivola via dal

le labbra in forma di rogo

 

* * *

ascoltami, con gli occhi

accogli il colpo e immobile

pensa un cenno di saluto

per il fuoco, poi

componi la cenere

nel calice, un sorso di

calore per la tua pupilla

che ha sentito il gelo, il

dono che trascorre e

si allontana come si scioglie

l'alba all'apparire, e credimi

la cera che ti porgo è l'unico

frutto del mio incendio

un pegno maturato in

sorte liquida

simile alla macula di

luce che annuncia la luna

ai poli, è cera o mosto

d'alghe, frumento di deserto

coltivato sui mari

di ponente, osservalo

portalo alla bocca, le linee

aguzze che nuotano

nel grumo sono un sigillo

di notti, e notte che ricorda

vene, umori sparsi, immagini

franate, come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:25 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: editi, le voci della luna, premio renato giorgi

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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