Il libro di Alberto Toni, pubblicato di recente da Jaca Book nella collana "I Poeti", ci conduce, senza strepito, senza eccessi e senza colpi di teatro fuori luogo e fuori scena, all'incontro con versi autentici, genuini, in grado di generare riflessioni ed emozioni altrettanto salde, sensate, corpose. Come opportunamente osserva Roberto Mussapi nella sua nota al libro, nelle poesie di Toni "tutto scorre come in un film limpido e come animato da una quotidianità fuori dal tempo". Lo stesso può valere anche per un altro libro dato alle stampe da Toni quest'anno, Mare di dentro, pubblicato da Puntocapo editrice. Ciò che colpisce in Alla lontana, alla prima luce del mondo è proprio questa capacità di partire da eventi del tutto normali, in apparenza, per giungere poi a mostrare ciò che di più profondamente umano si cela nelle cose e negli accadimenti di tutti i giorni, nella vita che viviamo o percepiamo, negli attimi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni, nell'aria percorsa da respiri e stagioni. Emblematica in tale ottica è la poesia che qui propongo per ultima: le sequenze dell'esibizione dei pattinatori alle Olimpiadi Invernali del 2006 le abbiamo viste in molti e in molti le ricordiamo. Si tratta di una piccola-grande tragedia amplificata dalla televisione, che, come un immenso coro, l'ha trasmessa a milioni di persone, obbligate a confrontarsi con il mistero della sconfitta, un attimo in cui la sorte, il Fato, rivelano il loro beffardo, incontrastabile potere. In fondo è un evento di poco conto: un gesto di disappunto, uno sguardo sospeso tra il comico e il drammatico. Ma la poesia autentica, quella di Alberto Toni, in questo caso, recupera quell'istante, lo raccoglie dalla memoria come un relitto, o un naufrago ancora vivo, arrivando a cogliere, senza imporre soluzioni o risposte, il senso ulteriore, la sconfitta condivisa, il momento in cui tutti quanti ci siamo arresi "al grande tradimento/ dell'equilibrio". Lo stesso meccanismo, la stessa abilità sommessa e efficace di esplorare situazioni in cerca di un pathos spontaneo, profondo, si riscontra in tutte le poesie del libro; quelle personalissime, "A casa" ad esempio, istantanea di una vita, della storia di un uomo, e quelle in cui il personale si unisce al sociale, la passione individuale si fa civile, non come sterile predica o comizio, ma come reale necessità di indicare la strada che conduce ad una vita più giusta ed equa. In questo spazio di Dedalus posso proporre solo qualche stralcio e qualche testo. L'invito, in questo come in altri casi, è quello di incuriosirsi, cercare il libro, acquistarlo, esplorarlo lasciandosi esplorare. Perché, anche attraverso la poesia e la letteratura, oggi più che mai "è tempo/ di sbracciarsi in avanti". I.M.
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ALBERTO TONI
testi tratti da
ALLA LONTANA,
ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO
Jaufre Rudel Oggi c'è un timido vento di scirocco, scrivo, se e quando il mio trovar t'è grato, di lontano ti giunga con la mia forza intatta. Perché non c'è niente oltre lo schermo e non la voce che prima ho sentito al telefono. Là sulla costa atlantica a New York t'immagino di profilo o è il riverbero scolpito sullo schermo bianco. Re: NY tips, l'invio immediato, la forbice che taglia di netto il foglio, ché non c'è niente di più dolce dell'amore di lontano. *** Alla lontana, alla prima luce del mondo Alla lontana, alla prima luce del mondo, quando per te è giorno, moglie mia, io ti ricordo dietro la benda che mi copre e mi vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come quando facevamo colazione nella stanza sul giardino. È un po' che non sento piangere i figli dei vicini, la piccola aveva un anno quando sono partito. Il rumore qui sopravanza di gran lunga il cielo e l'infanzia. Il nero di notte è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria, rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere. * * * A casa per Raùl Rivero Sono di nuovo a casa, dice, rianimato dalla stagione, dalle strade di sempre. La pioggia se ne va, è stato un timido assalto alla sua figura, con tutta la sua lunga storia, così lontana. Come un risultato insperato. La moglie lo guarda seduto sul divano in salotto. Dicembre 2004 *** Dico ai miei ragazzi a scuola che è tempo di sbracciarsi in avanti. Uno per uno, facendo leva su sentimento e ragione. L'aria, sì l'aria così fresca alle otto del mattino nell'aula piccola e affollata di pensieri, di fulminei sguardi, tradimenti da niente. Serve un foglio bianco all'appello, le idee non mancano, tenetele, per tutto quello che non c'è ancora, per un giorno d'aria più fredda, di freddo intenso o d'interiore avviso o d'altro improvviso insuperato cielo di sentinella. Così dal contrasto per ricreare o rispondere, farsi artefici, non altro aspetto, non di altri i gesti, i movimenti della mano che disegna e incide, sferza le età già trascorse, quelle future di certo limo alimenta. *** Olimpiadi Invernali 2006 a Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, pattinatori Nel finale del samba sono a terra, poi vanno di nuovo avanti, sul ghiaccio ma s'era fatto morbido e scivoloso, sì, scivola il sogno olimpico, così sognato, così lungamente accarezzato ma non caro al divino, al supremo astro che gira e toglie il passo. A lungo si sono guardati dentro, ognuno per sé, o all'altro indicando nel respiro il torto, contro la cosa, il fatto inverosimile e penoso, contro l'oro perduto e il pianto trattenuto, contro la corsa e il battito corporale, mani e gambe al grande tradimento dell'equilibrio.
C'è una volontà tenace, nella poesia di Renzià D'Incà, di contrastare il dolore. Anche e soprattutto quello più subdolo, quello che si traveste da dovere, da convenzione consolidata, da presupposta Santa Inquisizione e Purificazione di colpe antiche e moderne, peccati più o meno originali ma sempre additati come atti di sfida da scontare. Per contrastare il dolore si può tentare di ignorarlo, schivandolo, camuffandolo, ricoprendolo di vesti posticce di immagini e di parole, oppure, con metodo opposto, si può provare a guardarlo negli occhi, per iniziare il cammino verso una forma di dialogo, una comunicazione: percorrendo in punta di piedi la stretta linea di confine che separa la forma altra, eterogenea, dall'abisso degli specchi, l'immedesimazione, la voglia di essere risucchiati da un gorgo. La sintesi mirabile di questo incontro-scontro tra l'io e l'opposto del sé, Renzia D'Incà l'ha offerta nei versi de Il Basilisco, un libro che ha ottenuto riscontri significativi, proprio per la capacità di proporre un approccio diretto alla necessità e al rischio di fare i conti con una parte oscura che attrae e respinge, affascina e inorridisce. Propongo qui in Dedalus qualche stralcio di testi tratti sia da Il Basilisco che da altri volumi editi dalla D'Incà. Ho tratto le liriche qui proposte dal sito della poeta di origine veneta da tempo residente in Toscana. Il sito della D'Incà, www.renziadinca.com, mi è parso anch'esso coerente con il suo modo di scrivere e di rapportarsi al mondo della poesia e al mondo tout court: sobrio, funzionale, attento all'estetica ma alieno ai fronzoli fini a loro stessi. Lo stesso atteggiamento, la stessa volontà di rivelarsi senza mai abdicare del tutto al diritto di conservare quel filo di mistero che è rispetto per la sacralità della persona e della poesia , l'ho trovata anche nei versi che propongo qui di seguito. Renzia D'Incà chiama il lettore a confrontarsi assieme a lei con il bello e l'orrendo, l'arte e l'assurdo, l'anelito all'eccelso che incontra sulla sua strada il becero, il violento, il nemico giurato di tutto ciò che è armonia: questi ostacoli ottusi, questi avversari tenacemente ottusi, l'autrice li contrasta con le armi che le sono proprie: l'intelligenza, l'ironia, la capacità di restare con i piedi per terra senza smettere di sognare nuvole baciate dal sole. E' ancora L'altro sguardo, titolo di un suo libro di qualche tempo fa, a costituire l'arma privilegiata di esistenza e resistenza. Ed è uno sguardo che coinvolge, quello di Renzia D'Incà, per le verità che sa proporre mentre dichiara, solenne e serena, "Io sono un'insostenibile bugia". E forse non è casuale l'uso di un'aggettivo che si pone in parallelo alla leggerezza dell'essere di Kundera. Una "guerrigliera delle parole", che ha il coraggio di osservare che "noi siamo l'amore e gli inferni domestici", ma che sa anche dire, e dirsi, tramite la poesia e la fedeltà ad essa: "io non sono un desiderio imploso/ e nemmeno una bruciante vendetta/ Sono la necessità/ che sopravvive ai sogni". I.M.
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...L'altro sguardo...
*
io non sono un desiderio imploso
e nemmeno una bruciante vendetta
Sono la necessità
che sopravvive ai sogni
*
io emigrante in terra di nessuno
coincidenza di opposti
convivo tra opposte polarità
io somma di numeri negativi
che fa sempre zero
luogo geometrico dove non mi incontro mai
oscuro presentimento fa di me un fuori legge
avverto clamore di poteri precostituiti
( non lavoro per bande
né per confraternite segrete)
-che sarà di me-
allaccio resistenze misteriose con gli angeli
per sollevarmi un pò da terra
ciclopica gravità mi sbatte al suolo
cado e mi rialzo con dignità
-almeno così m'illudo-
intanto la Storia passa sottotraccia
alla mia vita
ed io lancio per mare non informatico
segnali di vita in bottiglia cosmica
*
io sono
un'insostenibile bugia
un ghirigoro a lapis
sopra le certezze di un'adolescenza antica
io sono ciò che resta
del precipitato di nebbie alpine
corpuscolo di smog
atomo radioattivo cesio 173
sono la derivata alchemica
di un singhiozzo femminile
e una bestemmia paterna
sono la linea retta
fra due punti
A come abbandono
B come bambino
*
mi fanno paura la carne e il sangue
le pozzanghere scure
la notte dove tutte le vacche sono grigie
mi fanno orrore le siringhe
gli strumenti di tortura
la Prozac-felicità
e la porno-noia
Cosa ci rimane in fondo
che cosa ci consola
una sagace follia (?)
*
noi siamo ciò
che siamo stati
la memoria non serve a vivere
serve a non dimenticare
che siamo fallibili e soli
a scegliere fra luce e tenebra
noi torneremo sempre
nell'esatto punto
in cui è iniziato il nostro viaggio
condannati ad essere decisi
dagli eventi che ci hanno partorito
noi siamo l'amore e gli inferni domestici
da cui ci siamo illusi
di aver preso le distanze
in volo solitario
noi siamo sempre ciò che siamo stati
anche se ci merita un destino migliore
e la memoria serve solo a ricordarci
che il nostro viaggio è un eterno ritorno
dalla notte in corsa cieca incontro
a un'eterna notte
*
quando le parole annegano il discorso
meglio sostare sulla soglia del non dire
ad ascoltare il silenzio
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l'amante è più divino dell'amato
perché Dio è nel primo ma non nell'altro
(Platone - Simposio)
Brani estratti
Da Camera ottica (Baroni, Viareggio 2001)
"Così ci sono segni che sfuggono/ al codice e al comando": questi versi, tratti da Nel fuoco della scrittura, edito da La Camera Verde nel 2008, mi sembrano contenere una possibile chiave, o almeno additare una direzione da percorrere per esplorare il mondo artistico, articolato e multiforme, di Biagio Cepollaro. Si può sfuggire al codice e al comando in vario modi: il più evidente è quello di fingersi ciechi e sordi. Non è questa la strada di Cepollaro, che, semmai, ha scelto il cammino opposto, quella dell'amplificazione dell'ascolto, della voce e del segno, anche tramite una commistione tra diversi linguaggi artistici, in particolare tra l'immagine e la parola. Nei versi qui proposti, tratti dai libri Fabrica e, come detto, da Nel fuoco della scrittura, il linguaggio è essenziale e tuttavia nitido, come una foto scattata con mano ferma e con la mente coinvolta al punto giusto, densa di emozione ma anche attenta a far sì che la luce non sia eccessiva o scarsa, e che i dettagli facciano pensare a sfondi e panorami di più ampio rilievo, in grado di abbracciare paesaggi aspri, essenziali. C'è la quotidianità e il ragionamento, la cronaca e la filosofia. C'è la volontà indicare i mali del mondo e del tempo pur sapendo che niente condurrà alla cura, se non l'interruzione del contatto, lo schermo vuoto e spento. Ciò che resta, forse, è la consapevolezza della distanza, la volontà di porsi altrove, rispetto, ad esempio, al "telemondo" dominante e trionfante; ciò che resta forse è la ricerca di una sostanza dolorosa ma sincera, una follia amletica, non meno eversiva ma priva di posture artefatte. Resta la consapevolezza, tenace, nonostante tutto, che:
"è moto di fatto la rivolta anche se incerta/ resta e locale anche se cieca o umorale/ è moto a dire la tua passione che fa del moto/ nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento/ realistico è così quel moto a dire che s’apparta/ dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo/ sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito". I.M.
BIAGIO CEPOLLARO
Da Fabrica (1993-1997), Zona editrice, 2002.
Per moti di dire
un moto a dire
un moto a dire è sempre l’inizio del verso
ma ora che ovunque è perso il mondo a dire
scrive lo scriba per moti di fatto moti cioè
dal gran mondo di dire sparsi e ridotti a nulla
o fatti
è moto di fatto la rivolta anche se incerta
resta e locale anche se cieca o umorale
è moto a dire la tua passione che fa del moto
nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento
realistico è così quel moto a dire che s’apparta
dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo
sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito
per moti di dire
per moti di dire per mondi sfatati sfrontatamente fri
abili ai cinque sensi perduti ai programmi ai compromessi
per moti avvelenanti e nubi tossiche aleggianti fetide
sull’europa immoti cubi di debiti sugli alti tassi e modi
per ammortizzare i costi con triplicati orari con turni
festivi e con straordinarie cancrene in organici e venti
con abbassamenti di coste e allagamenti con friabile dighe
nei diritti negli elementi con trasformazioni di vene in vane
vele di rendite finanziarie vele incolumi elusive procellarie
mentre da casa in isolatissimi isolati si fanno ordini elenchi
commissioni ed inventari e così accordari spostari di capitali
si fanno così anche telematici solitari e tristi amari immoti
chiudiamo il contatto
chiudiamo il contatto che appesi restino e muti
che pendolino stesi finalmente e muti
franiamo una volta per tutte il contratto
dicendo un conto è la forma del patto
altro è sostanza
l’abbondanza oggi affama perciò facendola
chiara chi ci guadagna non lavora chi bilica
svidea e sgrama
Da Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008
(…)
così ci sono segni che sfuggono
al codice e al comando
segni la cui sola funzione
è di additare il limite
di un linguaggio usato
come si crede di usare
il mondo
i limiti del linguaggio
sono i limiti del mio
mondo: eppure l’unico
filosofo vero del secolo
passato pensava al di là
di quei limiti senza il coraggio
di dirli: lo stesso era capitato
a Federico il secolo prima
e a Baruch ancora più
indietro:
la ragione è più larga
e lo diceva Amleto dovendo per forza
passare per folle eppure impeccabile
la sua logica andava a braccetto
con gli spettri ma non tutti
possono dire di questo
perché non tutti hanno vissuto
a testimonianza di questo
e le parole contano solo
se non sono solo parole
l’itaglia è un paese retorico
e la sua poesia per lo più lo è
Nota.
Fabrica, con Luna persciente (Mancosu ed., 1993) e Scribeide (P.Manni Ed.,1993) costituiscono la trilogia De requie et natura. Oggi questi libri quasi introvabili sono liberamente scaricabili dal sito www.cepollaro.it. Nel fuoco della scrittura ha dato il titolo alla mostra essendo parte integrante del lavoro visuale. Un videocatalogo della mostra è reperibile su http://www.youtube.com/watch?v=z8GWUo2Bvns
e, in generale, per il lavoro visivo sul blog http://cepollaroarte.wordpress.com/
Dopo Elisabetta Baleani, propongo un'altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell'esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, "Nel senso del verso: nuovo volume". L'indicazione "nuovo volume", non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: "Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana ("Aut prodesse volunt aut delectare poëtae", v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. [...] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli "pseudo salotti saltimbanco", mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti". Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell'autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.
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VALERIA SEROFILLI
testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO -
NUOVO VOLUME
Via di fuga nel dislessico
Sospesi tra l'attesa del peggio / quel tuo dire
"tanto deve finire" e "la spendo appieno
giacché non dura - per così dire -"
Ciclicità è rinascita / ma sfianca:
gemme continue germinano stress
e a ripetersi, l'indefinito / già sei fortunato
Ma quale fugace fuga e fuggitiva
si prescrive nel flusso che furtivo
ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo
consenzienti impacchi di mistero in attesa
d'incudini a recidere (il niente o il meno vero)
Astanti di tempi senza resa / miraggi
di lungometraggi in attesa
si continui a fugare quell'arresa
nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa
riscossa della più fervida rissa
di quell'arringa / terra promessa
letale plancton che alla sorte
germina misfatto, surimi per non dire granchio,
(cavia) caviale o più pregiato succedaneo
Sospensioni liquide di amplesso
siamo più o meno quel che ci è promesso
(o meglio concesso), ma la fine sussiste,
quanto prima e la sfida continua
nel dislessico.
***
Se casomai spronato
Se casomai spronato quel tanto / da
dar luogo ad un rimorso che convenga
ti spiegherei che esiste anche la selva
ad inselvatichire le stanche membra
Se casomai servisse a qualche cosa
delucidarne il lucido sentiero, ti
spiegherei che quel che avverto è vero
e non son versi buttati alla rinfusa
Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono
quel tanto che mi faccia effetto
quel poco che mi sostenga l'affetto
e fintanto che ne sono degno
Se casomai l'eclisse fosse vento
cerco l'effetto fin quando non l'avverto
sfogo lo sdegno che più mi diverte
e mi sostengo in differito inganno
mentre tento / la sorte / e la ritento.
"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.
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ELISABETTA BALEANI
Poesie tratte da VENTO ROSSO
ediz. Simple, 2009
Sulle ginocchia della sera blatero
al vento le mie canzoni:
vecchie morìe, impacchi giallastri,
stupefatte gondole quasi a galla
non vi vorrei avvicinare
se non per commissione,
vi odio più della pelle che mi riempie
perché straripate
per diventare me, non avete
pietà nella staffetta,
né di quanto aguzzina
sia la vostra sosta
sulla mia bocca.
In risposta: che peritura
sia la mia salita.
Che non incappi
nel vostro condominio.
***
E’ tempo di sangue e di zanne,
sciolte croci navigano avvistandomi,
silenti fuochi si affliggono
iridescenti, io meno la sorte,
mi sveno volando,
mi svendo ambulando,
m’arrendo e nutro biancori e corazze.
Sterminatrice d’ossimori,
le lande dall’onda
rugginosa non accolgo più,
anzi quasi annego lontane,
così schiarite, estranee a
questa nitidezza orba di fiati,
a queste lame rosse di mattino
impuro. Non così. Non oltre.
Non con la luce.
***
RISVEGLI
S’allunga il giorno negro su di me
mio malgrado mi rivestirà
spariranno le finzioni della notte
la luce mi sfonderà.
Ora, l’alba è sfumata
su frantumi di bitumi,
il mattino mi scodella, schivo,
brandelli di mele corrugate
e la pancia del mondo
s’arrovella su tastiere
dove sarebbe fresco morire
prima di perdere la terra
agra, dove la parola è bestemmia
e il silenzio una risacca attonita.
Ego iucundissima sum
In questo dies irae.
***
COME L’ODIO
Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,
come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata
e come quello che sale e sfiata
da oscure melme e ascose penitenze
e colpisce il giogo di tempi e tormenti,
asseconda vicende di serpi e di serti,
come l’odio giallo del sole-pungiglione,
così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide
il tuo sformato amore scostante e violento,
che canta burroni e scortica visioni,
così mi schiude e mi sbuccia
con coltelli dai denti d’aurora
che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,
così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,
dipanandomi pian piano inerte,
dislocandomi di stazione in stazione
esule dal mondo e dalle cose,
fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente
dietro le sbarre di chi non ha più niente.
***
NOTTI ESTRANEE
L’auto mastica invano la strada
dove i gatti si disossano molli,
guanti riversi.
Vagabondando infausti
infiliamo rossori
ci impigliamo nelle gonne nere
come ragnatele
ci prodighiamo in volti di plexiglas
trastulliamo la guarigione.
La notte intanto tiranneggia, atroce.
Le stelle sono ora
le squillo più ambite.
Viziamoci soffici, mio puledro,
e dondoliamoci.
***
A SOLO
E così vai solo
coniugando per difetto
le litanie che il tempo
ti smemora labili
e che il rossore delle carni
ti assegna immancabilmente;
vai solo affilando
utopie seriali, panoplie da
accasciati carnevali.
Calmati, perché tanto
sub tegmine fagi
non ci sarà rumore
né pastura al dolore
le foglie tremoleranno imberbi,
le grinfie misureranno
gli occhi di queste notti
in cui se Venere vuoi disturbare
c’è mela e mela
frontiera e frontiera.
Non piangere: tanto
sub tegmine fagi
non é per te carezza di brezza.
***
IN MEMORIAM
Rabberciando trampoli:
rabbrividita mi protergo
amara luce, spaziando
per quest’erta dove giacciono
parole a rilevarsi ossute,
dove non esistono spiragli compagni
né querelarsi varia la memoria.
La storia è storia:
di folle c’era l’antefatto
(il grillo parlante sfornava sentenze).
Di scompensato ancora si ode
il celebrare minestre su finestre.
Per la radice tua
silenziosissima preghiera scioglierò
e perché tu possa raschiare
molliche dalla crosta d’ogni pane.
***
Avevo voglia, stasera,
di far tremare la primavera
-io, sul ponte del nulla,
masticata dal vento,
ingiallita da elettrici barlumi-
avevo voglia di graffiarmi addosso
di recitarmi fino all’osso
-corre di traverso l’onda sozza
della notte facile e leggera-.
Ma canta l’ago
e mi presta il suo fragore
m’oscilla addosso scatenando
terree brine sulle terre di confine.
Stasera, il firmamento
m’è bestia silenziosa,
infido si protende
smascherando stelle
come toppe e bende.
Piena, in questa oblunga notte
sono, di passerelle.
***
Devi fuggire sulle ali del jazz
ed io veramente su quelle sono fuggita
non c’ero più, salivo, salivo,
il vuoto alleggeriva le giunture
ero finalmente la gazzella del vento,
o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere
esce smunta, circuisce un po’ la luce
e se va più su oltre il midollo
che la spinge lontano dalle mani
e dai diari, lontano dal tempo
che lampeggia fiacco e sfiora
solo cose che dobbiamo perdere.
Devi fuggire sulle ali del jazz,
allungare il passo e andare oltre
più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,
oltre la soglia che non ha memoria,
defluire dall’oscurità e risvegliarti
limpido e leggero sull’onda
che rinnova e riconsola.
"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".
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BRUNO BARTOLETTI
testi tratti da
"IL TEMPO DELL'ATTESA"
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Io fui. Già il tempo quieta l’acqua
sul non cresciuto porto dell’infanzia
caligine avanzata sulla proda dove il vento
forte mulina remore e ricordi
sotto la torre vigile dell’ora
ombra tra ombre disseccate al suolo
fui quell’istante esile nel soffio
che sulle smorte sillabe rimuore
quando nel vespro cadono le stelle
fui solo l’apparenza una domanda
pagina bianca inutile sospesa una promessa
per completare il tempo dell’attesa.
***
La gora rimescola i giorni
sospesi a una pendola bianca
tra occhi di melograno,
fessure tagliate di luce,
si screpola il gesto nel lento
naufragio dell’ora.
Mi slena il silenzio dei monti
cucito a memoria negli occhi,
l’immagine nera di un treno
che screpola l’ombra del tempo.
Si sveste la sera le mani di seta,
nel soffio rimemora il vento d’aprile,
sui campi profumi di stoppie.
Attesa lunare distesa sul fiume
che inonda silenti bambini
in attesa, profili di donne
supine nell’ultima luce.
***
Non lasciarmi parola
sopra aride spoglie
ramo inutile e vuoto
non fuggire oltre i deserti del fuoco
tra le lande pietrose della negazione
o nella palude dell’indifferenza
(il giorno batte le sue ruote
e la sera affonda
nell’implacabile violenza degli astri)
non recidere la radice
che ancora mi trattiene
nella lacerazione
di oscuri cunicoli
per risalire a vie chiare
nella contemplazione
della mia della tua sofferenza
nel fuoco o nel tormento
della tua significazione
(schegge di luce sferzano l’alba
e il sole trabocca
nell’incerta reliquia del giorno)
non vuota non sola
ma limpida
acqua di pura sorgente
al silenzio
alle nevi perenne
ritorna
non disabitata
all’essenza suprema
***
Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba
e ginestre, dove solo intagli di memorie
trafiggono il cerchio di luce che fugge
all'orizzonte, qui dove siedo memore
di spazi mai posseduti, con queste mani
aperte che bevono un tramonto di pensieri,
con questo cuore impaurito di preghiere,
qui dove stride solitario un corvo sopra
spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra
nera del fiume. Esule pensiero di memorie
trafuga questo istante nello sbadiglio pallido
del sole che si insacca. Qui sono nato,
o forse mai. Nasce chi cresce nella sua
terra e vive e poi vi muore. Io no.
Mi portò esule il vento per ragnatele
di strade, dove già tanto era fermarsi
un poco per sostare, eterno forestiero
ad esplorare palpiti vivi nelle rughe
del pensiero, viandante sopra lidi
di emozioni solo sfiorate con gli occhi
addormentati a raccontare storie
sepolte seminate nel vento.
Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,
la quercia secolare con le grosse radici
che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento
nel vuoto che risale.
Sprofonda la badia il suo silenzio.
Tace e un tormento sale dal profondo,
esule ancora, dalle membra stanche.
Per chi non ebbe soglie da varcare,
sconosciuto viandante, il tuo riposo
è solo là dove vedesti il sole che non
ricordi, o spiagge che non toccasti.
La marea porta sempre alla deriva
e ciò che resta è solo la memoria.
Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.
***
Mi dilaga nell’animo la selva
dei pensieri tra spigoli di mura
di questo borgo chiuso al suo silenzio.
Il freddo non dà tregua, taglia la macchia
brulla, scopre la montagna e scende
tra queste quattro case, screpola la pelle,
penetra. E oscure apparizioni lasciano
presagi incerti sulla selce ove gioca
un riflesso d’acqua e mutamenti.
Tempo che fu raccolgo dalle ceneri
del vento, grani di giorni uguali,
come uguale è questo sentimento
che preme come un lume sotterraneo
tra maceri di lacrime e di foglie.
Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,
di tenebre, di cose, oggetti sparsi
su una materia opaca, invisibile,
che il cuore non ravviva, muore.
Sono i piccoli specchi in cui si frangono
sembianze sconosciute, presagi
inafferrabili di cenere e di assenze,
è la parola oscura, senza voce,
eco perduta nella polvere e nel vento.
Il mio tormento è risorgere ogni istante,
tramutato, da queste oscure soglie,
è vivere e durare oltre quest’attimo.
"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.
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LINA SALVI
testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007
Abitare l’imperfetto
Affrontare la quarta fase
investire in ciò che siamo
non siamo, di verità avidi
sempre in bilico il sapere.
Bisogna sempre mentire al titolare
garbatamente dire,
infilare l’ago dolcemente nel punto
più dolente della gamba,
nascondere lo sdegno.
*
Mi spaventa il ritmo regolare
delle piante, le stagioni, sempre quelle
catena al collo
si potrebbe inventare, dire
di una sinistra variazione del tempo
qualcosa che sfugga suo malgrado
primitiva alla morte.
*
È uno strano movimento
del cervello, il girare a vuoto
nella sagoma di un coltello,
la solita infiammazione di un nervo,
un fuoco che pervade il cerebrale
lo stare della scrittura su una gamba
sola.
*
Resto comunque aggrappata
alla vastità di una pianura, al mare
d’oriente, a quel bacio inesplorato,
ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto
ci sarà dato, al secondo giro di vento,
al cenno sovrano del bicchiere.
*
La messa è finita
raccogli dunque il tuo pane
l’epifania del lago, i battelli
battezzati, un nome solo
a memoria.
La parola non è che
un corpo innaturale
pelle avida di sale.
*
Spingersi oltre questa sera
per netta conseguenza
dentro a un film
in uno spostamento d’aria di vuoto,
che ognuno porta con sé.
Conosco il male, ciò che hai lasciato
la necessaria violenza del sale
quel freddo che restringe
in un appello nominale, le arterie.
Socialità
La lettera giunse in dicembre.
La lettera parlava chiaro: non avevo
scelta dovevo partire, accettai contro
il parere di mia madre. La nostalgia
mi costringeva a lunghe telefonate
a faticosi viaggi, interrotti da turni
di lavoro, incomprensioni di colleghi
che dei meridionali non ne parlavano
mai bene, lei non mi salutò mai
con un bacio, con una carezza.
Desiderava che accettassi
l’aiuto di un parente o che tornassi a casa
il ragù che ribolliva sui fornelli
potesse amalgamare non solo la pasta!
L’ordine del giorno scivolava
apparentemente su argomenti più frivoli,
ero fidanzata, non ero fidanzata,
pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo
della mia schiena, della sua cicatrice.
Alle sue domande reagivo come se non avessi
ascoltato, come se si fossero d’un tratto
interrotti i fili della comunicazione,
come se l’esistenza di un bisogno
mi procurasse un’emozione
dalla quale era meglio stare alla larga.
Riprendevo vigore, scatto assumevo
un’espressione inflessibile e statuaria, io
che senza una barra metallica conficcata
nella schiena non ero nemmeno in grado
di governare il capo.
***
Il nuovo colpo di grazia lo dovevo
alla nascita di un partito.
I miei connotati furono sfruttati
per stabilire nuove minoranze, diversità .
si parlò di federalismo, secessione, di come
saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,
nelle nostre case, di come le nostre stereotipate
valigie di cartone si fossero dissolte al di là
del Po, nell’inevitabile scenario di
miseria, di sporcizia delle nostre città.
***
Il primario entrava da un ingresso
secondario, osservava la schiena
prescriveva radiografie, avanti
il prossimo paziente. Immaginai
solo la catastrofe. Erri mi lasciò.
Povero, non gli riusciva di vedermi
in quello stato! Il viso deformato
dalla mentoniera, le gambe rigonfie
dalla caviglia all’inguine
un corpo impossibile da esplorare
causa le sue forme, non perfette.
Non mi guardavo allo specchio
non mi piacevo.
Nel nuovo quartiere fui nota
con un appellativo, una sillaba
che nell’uso dialettale
valeva come sinonimo di diversa.
La pronuncia, dapprima labile
a mano a mano che la parola
prendeva corpo diventava più acuta
nel tono. Quell’insieme letterale,
apparentemente innocuo e privo
di significato, produceva su di me
lo stesso effetto del magma, dell’infuocata
massa terrestre di cenere e lapilli
che, sgorgata dal ceppo del cratere,
raggiunge valle portando dietro sé
fiumi,germogli,case.
"Non sogno più", scrive Nastasi in un verso di questa sua raccolta pubblicata nel 2008 da Lepisma. Con un verso altrettanto breve precisa, poco oltre, "prendo appunti". La negazione dell'attività onirica e l'affermazione di un'attività di pratica e metodica annotazione della realtà sembrerebbero delineare un chiaro e tutto sommato sereno discrimine, una scissione netta, un taglio pulito, quasi chirurgico. Leggendo i versi della raccolta di Nastasi, tuttavia, ci si accorge che, per dirla in termini pittorici, non siamo di fronte ad un taglio alla maniera di Fontana, ma, a sfumature, nuances, grumi corposi di colori di stampo, per così dire, impressionistico. Con molta onestà, con occhio e mano di poeta-pittore, Nastasi descrive lo spazio che vede e percepisce, avendo sempre, come amara consolazione e contrappunto, il senso del tempo che scorre, la visione che si fa inevitabilmente memoria, "le scarpe consumate dagli alberi/ i pensieri già esplosi come germogli". Ma in quella visione di un tempo attuale che si fonde al passato, c'è una consapevolezza a tutto tondo, gli occhi che subiscono una ferita di dolcezza, senza rinunciare alla ricerca di "un'altra pelle/ finalmente indivisa". Forse la poesia, forse la verità, o semplicemente l'intuizione breve e interminata di un senso che svanisce nell'attimo stesso in cui viene concepito, ma lascia, nonostante tutto, una traccia di bellezza. Ed allora l'affermazione di partenza dell'autore, "non sogno più", appare inesatta, contraddetta dalla trama dei versi, e dalla ricchezza immaginifica, semplice e suggestiva, degli appunti poetico-pittorici raccolti da Nastasi in questo suo libro con estrema cura e passione, sapendo bene che "non succede che ripassi altra vita". I.M
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EUGENIO NASTASI
poesie tratte da UN SOGNO GUIDATO - edizioni Lepisma, 2008
2.Se il dolore rimane e
non ingombra, più calma
la sorgente forma un lago
Ma quale cielo, quale inganno
di nuvole infedeli
coinvolge e placa di marzo
un corpo dilatato nelle cose?
E’ l’anima il suo sogno migliore.
antefatto
Su e giù nel tempo una notte
in veglia appostando un suono
di voci scivolate
nella somiglianza che le fa proprie
al buio,
sfogliate nell’intonaco e pallide
in attesa d’essere riconosciute.
Come piccole torce
a cercar sosta, si scoprono devote
al mio star male,
e come me
dopo ogni notte
tornano alla forma contorta
del loro natale
voci al telefono
Voci al telefono, lucciole
di fiato indistinguibile
appese all’orlo del mondo
in controluce, intensamente
vive di una loro
primitiva sequenza,
voci che mi attraversano e
dolorose dicono di esistere,
voci notturne
senza riposo agli occhi,
ferite dalla loro dolcezza,
piene di astinenza e un poco vinte
nel pallore della confessione,
con amore nelle mani
programmate per fuggire via.
Voci che in gocce
mostrano
la tenerezza del morire
per la vita che se ne va
dietro la vita
cercando un’altra pelle
finalmente indivisa.
ansia dei nomi
Vivere un’ansia di nomi non posati,
sentirsi clandestini dove il cuore
converge
in cerca di un riscatto,
tenere dentro la paura di chiamare
un nome
sapendo che nessuno risponde.
un sogno guidato
C’era un noce nella macchia
in collina
fichi d’oro e una pergola
d’ombre spandeva favole
con semplici rivelazioni –
c’era a settembre il gioco alle noci
che variava per numeri –
il tiro al tocco che appena ti segnava
rendeva incerta la mira –
c’era un mondo di cesti di tini
e grappoli ungevano riserve
di sere odorose e indulgeva
il nostro ruolo di infiniti fanciulli
che vedevano chiaro oltre i canneti
della fantasia –
c’erano pomeriggi estivi
di muscoli tesi
le scarpe consumate dagli alberi
i pensieri già esplosi come germogli –
c’erano distanze dietro tutti i cancelli
e il mare dietro le siepi – sempre il mare –
sapevano di more le carezze
e di petrolio gli occhi spalancati.
jonica
Andare senza respiro
dove il ficodindia urta la ginestra
e l’ astinenza più che un dono
è un vizio,
barattare un mattutino
all’angolo di strada
per smuovere tutta la solitudine
di una sola vita,
stringere il fiato nelle radici
d’inverno quando l’anima
indica un’onda di gabbiani
navigare sull’ erba tra gli ulivi
come se fosse prosciugato il mare.
prendo appunti
Ho creduto a storie
di timide sere
Un fuoco di mani
apriva mondi
e la carta della mente
non si asciugava mai
Stelle spandevano brina
con occhi di gelo
Il miele del vivere
consegnava pezzi di pane
come grani dell’ultima Cena
Ho creduto a uno sguardo dativo
All’opera che s’incarna
nel rimescolio degli uomini,
ai cortei alle fughe alle piazze,
ai sogni orizzontali,
al nostro canto libero, reduci
dell’oceano provinciale
Non sogno più da anni
vendo piccoli quadri dove un merlo
è più di un aquilone
Conosco il nome dell’erba settembrina:
ho ancora una penna,
prendo appunti.
la parte ritrovata
Dalla parte ritrovata, nella stanza
o nell’altro cielo,
si scoprono alchimie e false trasparenze,
umana mente di attesa e pazienza –
il vero non accade nel sogno.
Rimossa la pietra pasquale,
la rivincita dei sensi risale
da una finitudine perfetta.
Vivere di questa terra calpestata
dove i pensieri sono più dei gesti.
Non succede che ripassi altra vita:
questo il disegno che abbiamo
colorato, questi i contorni.
Se m’accosto vedo l’antico portone
e penso che di là c’è un’altra infanzia.
"Eravamo/ ciechi e resistenti", scrive Maria Attanasio nei versi qui proposti tratti da "Amnesia del movimento delle nuvole", edito da La Vita Felice. Ciechi e resistenti, ossia ciechi ma resistenti: condizioni che appaiono quasi in rapporto ossimorico, intrinsecamente contradditorio e conflittuale. Non è così. Si può e si deve resistere, nonostante la cecità imposta, suggerita, inoculata, esaltata tramite spot mirati, pubblicità occulta e palese. La cecità, e l'atteggiamento ad essa correlato, il silenzio, vengono santificati sugli altari di mille voci ronzanti attigue ai palazzi dove si annida il potere. Si può resistere, i versi di Maria Attanasio lo dimostrano con ampia, ritmata, possente evidenza: tramite la scrittura, tramite la ricerca di senso, complessa, intricata, a volte deliberatamente dislocata, arabescata, diretta per mirabili e vitali volute verso le due mete salvifiche da conservare e da ricercare fino all'ultimo filo di fiato: la verità e la bellezza. Anche quest'ultima conciliazione, essenza della poesia di ogni tempo, ma anche di ogni vita che pretenda di avere un significato, è resa pratica attiva dai versi della Attanasio. Attraverso una poesia che racconta, affabula, conduce a visioni spesso crude ed estreme, ma sempre percorrendo vie assolate ed autentiche, quelle delle campagne siciliane, ma anche le arterie della Mitteleuropa. E' poesia mediterranea ed universale, radicata nello spazio concreto e nel tempo, "nel mondo delle epoche", il cui senso è nel dolore ma anche nella rivalsa, nella sete di giustizia umana, conscia e innamorata della vita, nonostante tutto, a dispetto delle ferite della storia e della contemporaneità. Leggere i versi di Maria Attanasio è un piacere estetico, di natura ritmico-musicale, ma anche un atto di intensa presa di coscienza, rabbia, amore, passione civile senza retorica, per tramutare le amnesie in memoria, in presenza viva. Con molto piacere inserisco in questo spazio di volo letterario una poesia legata al sangue e alla linfa autentica della terra. I.M.
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MARIA ATTANASIO
* * *
* * *
* * *
La sedia che la sua mano impagliò
e disperse le sue tracce
tra il bianco delle infermerie il freddo
dei notomizzati nel buio lessicale
che fu
schianto di temporale tra gli agrumeti,
estate di fumo nei campi del quaranta.
Arbeit macht frei.
* * *
* * *
Impronte sull'acqua, il libro di Francesco Marotta pubblicato da "Le voci della luna" in seguito all'affermazione dell'autore nel Premio "Renato Giorgi", è una testimonianza ricca, generosa, sul rapporto complesso tra poesia e vita, tra parola scritta e voce interiore. La coscienza dell'inconsistenza del gesto e perfino del tentativo di una riflessione in qualche modo razionale, si scontra con il desiderio e con la necessità di osservare l'impronta dell'essere e del percepire nell'attimo breve in cui lascia traccia di sé sulla superficie in costante mutamento. Quell'istante di creazione costituisce il più grande dono e la più grande condanna di ogni artista, di ogni uomo. La condanna ad essere un dio, per un tempo infinitesimale destinato a scontarsi con la beffa dell'eternità: ciò potrebbe spingere al silenzio, ad una negazione che è cancellazione del sé, distruzione a priori. Ma alla fine, un autore autentico come Francesco Marotta, un uomo che sa bene che la ricerca di senso, al di là di tutto, è forse l'unico senso esistente, contrasta l'istinto della distruzione con l'essenza della volontà di esplorazione, anche di territori desertici o di confine, dove la vita è più aspra e più vera. E la creazione, la mappazione di aree estreme, può avvenire solamente attraverso la descrizione, la nominazione di enti e pensieri, fenomeni e noumeni. La parola, nell'atto di dare forma, dà vita. Ed è la vita, anche nel dolore ed attraverso il dolore, ad emergere dai versi di questo libro intenso e scabro. La parola nuda, priva di orpelli, conscia del ruolo di fragile ma tenace generatrice di mondi, nell'atto di delimitare espande, e, per quanto è concesso, modifica, o progetta di modificare: "resistere al pensiero e/ stare col padre a raccontarsi/ favole di nebbia, ricostruire/ il nome, franato, che/ precipitando al suolo, rese in /curabile la distanza". I.M.
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FRANCESCO MAROTTA
da Impronte sull'acqua ,
Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008
* * *
giorno di calma sui sensi, in
aspettata quiete a
dismisura, col suo carico
vivente di memorie, con
la sua terra distesa sul viso
nuda, in attesa del
l'acqua odorosa dei sogni
della sorgente infetta di
gioie lontane sotto
traccia, di migrazioni
piaghe, giunture e intagli
profondi come un rifugio, un
sonno raccolto tra i capelli
pettinati d'ombre, poteva
essere sguardo che controlla
transiti e tormenti, poteva
sentirsi grido ingigantito dal
le linee della mano, farsi
corpo di neve a
disperazione del lievito
d'aprile, di tutto il vento
trattenere appena un arco
di cielo immobile, fissarlo
quaggiù sulle sue gambe
dargli aria goccia a goccia
dalle labbra del cuore, poteva
resistere al pensiero e
stare col padre a raccontarsi
favole di nebbia, ricostruire
il nome, franato, che
precipitando al suolo, rese in
curabile la distanza
* * *
è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo
* * *
la crosta si sazia di ghiaccio
minerale, la zolla che
preme ha la pelle
costellata di fori, accensioni
che affondano il senso e
sfumano alla resistenza
del seme, e dunque
l'arsura è un coagulo
che impregna tutte
le cose, un liquido inverso
muta occhi per uscirsene
al sole in forma di
stelo, di voce, mentre
scivola via da ogni sponda
tra un filo di sale e uno
strappo nella rete
del tempo, ma
qualcosa s'attacca al
la bocca, un pulviscolo, un'
ombra, una creta, un'orma
sul manto del buio, un
profilo di sangue, di linfa
aggrumata
s'apprende al suono dei passi
scioglie i lacci al
sonno dell'angelo
che rovina, al risveglio, nel
vuoto di volti del
la prima dimora
* * *
frana anche l'attesa e
l'ora spalanca tiepide
quieti d'abisso, lo spazio che
cede a un graffio d'anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l'aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull'uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l'acqua che
grandina sete nel
l'arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo
* * *
ascoltami, con gli occhi
accogli il colpo e immobile
pensa un cenno di saluto
per il fuoco, poi
componi la cenere
nel calice, un sorso di
calore per la tua pupilla
che ha sentito il gelo, il
dono che trascorre e
si allontana come si scioglie
l'alba all'apparire, e credimi
la cera che ti porgo è l'unico
frutto del mio incendio
un pegno maturato in
sorte liquida
simile alla macula di
luce che annuncia la luna
ai poli, è cera o mosto
d'alghe, frumento di deserto
coltivato sui mari
di ponente, osservalo
portalo alla bocca, le linee
aguzze che nuotano
nel grumo sono un sigillo
di notti, e notte che ricorda
vene, umori sparsi, immagini
franate, come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni