DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
sabato, 31 gennaio 2009

CONSUMATORI A SBAFO - versi di Giuseppe Vetromile

I versi di Giuseppe Vetromile si muovono, a me pare, su un binario sospeso tra estremi opposti, sia sul piano della forma che su quello dei contenuti. Il verso è lungo, si estende sotto la pressione dell'urgenza di narrare, dare voce e forma a una storia, una vicenda. Ma c'è anche la capacità di concentrare in una manciata di sillabe uno stato d'animo, un mondo interiore. Non è forse un caso che in molti versi sia presente una cesura, come a conciliare diverse distanze e istanze, la narrazione e la suggestione. Fondamentale, e ottimamente realizzata, è anche a mio avviso la conciliazione tra il livello sociale e quello personale, tra la rabbia e la richiesta di equità per i popoli, e, dal canto opposto, ma forse in realtà complementare, il bisogno di una realizzazione autentica negli ambiti più intimi e personali. Tra la dimensione che conduce a prendere atto che "veniamo da vicine ombre/ l’uno all’altra affacciato/ per sentire le cose con gli stessi sensi" e la certezza che "siamo fantasmi [...] che cercano speranza [...] in abbondanza di miti/ scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo". Una poesia dalle caratteristiche specifiche e ben individuabili, quella di Vetromile, ricca di sensi ma mai pesante, mai carica di vani orpelli; in grado di parlare alla ragione e a qualcosa che alla ragione sfugge, rivolgendosi al tempo e al mondo in cui si muove, a volte con disagio ma sempre con tenacia e volontà, e a quella dimensione che lo spazio-tempo schiva, riscrive, ricrea. I.M

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DISTACCHI E OMBRE

poemetto di GIUSEPPE VETROMILE

 

 

 

1. Nel credo delle stagioni 

 

 

Nel credo delle stagioni e delle piazze vado sfrangiandomi a dismisura

 

Dopo il tramonto avallare la mia ombra sui muri condivisi

sarebbe follia di reincarnazione      

stante la nostra ala di luce appiccicata ad un sogno immateriale

 

(sfollati noi siamo dai reparti del supermercato       appena una lieve

evanescenza di sudditi dell’economato         a braccia tese

verso il rendiconto di finemese             in fondo al purgatorio

il nostro valore fu in qualche centesimo di aurora          oppure

nel quinto mistero gaudioso         che si comprime tra le dita intricate

appallottolando tutto ciò che sa di sacrale)

Eppure mi ripiego spesso dietro il lumino e a sera

non visto

predìco l’abbondanza dei miti e dei segni            poi

tramite l’almagesto mi pongo al centro delle cose

fiaccando ogni credenza

alla fine restando

solo ombra vacua di me

 

tra il tempo che produce attese infinite sui muri opachi

e dentro le crepe dell’anima

assolata

 

 

 * * * 

 

  

2. Il mio asìntoto di luce

 

Non ho mai detto a nessuno di seguire il mio asintoto di luce

Quando il mattino floscio ridà il confine a noi affollati e obliterati

nel quartiere s’alza il viavai browniano

verso il recondito punto di raccolta amen

 

io mi scartoccio dall’incavo del cielo e vado da solo

verso la Domanda repentina

improvvisa

e improvviso un magma verboso che scende fino al cuore

apre squarci di possibilità in abbecedari inconsultabili

 

: mi darà da vivere quest’enfasi e la Risposta non retorica

(solo quella Parola dal creato si distacca

una sola Parola che basti per tutte):

 

raccoglierla scrupolosamente per i passi nuovi del domani

scordandosi dell’ombra vecchia

smorta sul muro del tramonto

 

nel riempire il mondo non si fa che attendere una dissolvenza d’amore

 

 

 * * *

 

   

3. Un referto di felicità

 

 

Un referto di felicità m’induce a progredire lungo i brani del mattino

aggiungendo nuove rime ai pilastri del breviario quotidiano

 

Ma noi abbiamo mia cara uno spigolo sghimbescio che alterna luce

ai primordi del buio camerale

quando inventa l’ombra una forma che si possa offrire

giusta

per dimensioni e incanto compatibili al nostro comprendonio

 

Dimidiati così tra cielo e suppellettili andremo franchi di fede

fino al prossimo mercato               dove il companatico ci aggrada

(e abbiamo da pensare finalmente al finemese       sgattaiolando

lungo l’informe pista dei compratori d’assoluto niente)

 

Distacchi e ombre         :non altro siamo dentro il giorno

e va perpetuandosi un ingrato giro d’ore attorno a noi

mia cara

 

:vederti così attenta al grido della terra che ti inonda di verbali

sentirti le mani così piene di rumori

il cuore così duro

 

etichettato

 

 

 * * *

 

   

4. In abbondanza di miti

 

 

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato

sulla liquefatta balconata              dopo aver rimesso in tasca

l’ultima ombra della cuccagna         agguantata ieri in un effluvio

di sole abbacinante             laggiù vedo un acero contorto e la luce

vi piove attorno come per accontentarlo             :io e lui

non siamo che gravità occasionali           impulsi di terra

raccontati al cielo infinito          come una fiaba per dormienti

buoni e castigati

 

Noi si sa       mia cara      veniamo da vicine ombre

l’uno all’altra affacciato     per sentire le cose con gli stessi sensi

e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte

e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

 

Nulla ci abbandona se non quest’ombra a sera    e ci distacca la luna

dalle nostre orbite subliminali      E’ vero    :siamo fantasmi mia cara

che cercano speranza nel buio corridoio

tra una stanza e l’altra

 

in abbondanza di miti      scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo

 

 

* * *

 

  

   

5. Il più delle volte

 

 

Ma il più delle volte ci regala un sorriso di luce calda il sole a perpendicolo

sui nostri burrascosi inciampi           e le nostre vettovaglie appaiono

bianche e splendide in un agguato di materia latente nelle pieghe dei contorni

 

Il più delle volte il tuo viso è lontano dall’irrealtà del tuo apparire

: mia cara      sei così fluida e leggera in questo conguaglio di tempo

(tra la morte e la vita non c’è che un pensiero d’amore)

 

Sarebbe bello il crederti crisalide pasquale       che sublimi la tua polvere

in un orgasmo di cieli e terre nuove              e tu come Pirra

daresti vita ai funebri sassi di carne che dietro i tuoi passi

vanno ricrescendo

 

Oh     ma tu sei ombra non già distaccata dal superficiale fiato terrestre

sei ombra come me e gli altri

in cammino perenne verso dove

 

e il cielo sa cosa precipitare

 

Il più delle volte

è solo un incubo      la mano sta sulla maniglia       la valigia è colma

la porta è solo da aprirsi           

 

in abbandono di luce la casa         la meraviglia d’un tiretto di ricordi

la zia      il nonno    le trapassate cose di famiglia

un evento sbiadito oltre il muro del pianeta

 

e noi non siamo mia cara che un illustre sogno di carta         : fantasmi

che pretendono riconoscenza

 

tra distacchi e ombre in perpetuo riciclaggio

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:58 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: poemetto, distacchi e ombre, giuseppe vetromile
domenica, 25 gennaio 2009

MEMORIE DEL FUTURO - testi di Adam Vaccaro

Il filo rosso che unisce i testi di Prisco De Vivo (pubblicati nel post precedente e di cui tornerò a parlare presto) ai versi di Adam Vaccaro qui proposti è la reazione di stupore e dolore eternamente rinnovato di fronte al ricordo della violenza e dell'assurdo, che, anch'essi, si rinnovano mutando forma ma non sostanza. Adam Vaccaro è un poeta che ha fatto della coerenza un proprio segno distintivo: operando concretamente nel tentativo, spesso riuscito, di creare una rete di voci e testimonianze a favore della pace, della giustizia, della necessità di dare un ruolo alla poesia nell'ambito di ciò che agisce sulla vita, sulla dignità dell'esistenza umana. Tale coerenza e nitidezza fanno sì che anche il suo grido contro la guerra, anzi contro le guerre e le violenze di tutti i tempi, meriti ascolto. In questo caso più che mai qualche lettore troverà eccessivi alcuni accenti. Personalmente confermo quanto scritto precedemente: il grido del poeta è sincero, non artefatto, non di maniera. Al di là dei riferimenti specifici resta la sostanza profonda di una richiesta più che mai vitale di dialogo, di pace, di una pace giusta ed equa. Con la speranza che, accanto ai significativi gesti concreti contro la tortura, sia concesso a chi può di agire concretamente anche a favore della pace e di una vita vivibile e umana per tutti, torno a parlare di poesia, evidenziando il fitto ed efficace ordito di assonanze e consonanze presenti nei versi di Vaccaro, quasi a creare un tessuto di coesione che mima nella forma un auspicio di armonia. Torno a parlare di poesia, con la speranza e la convinzione che, nonostante tutto, non siano vani la voce ed il canto, nel dolore, nella memoria, nell'idea necessaria di una strada nuova. I.M.

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testi di  ADAM VACCARO

 MEMORIE DEL FUTURO

 

La cenere dei fumi di Auschwitz

così bianca e viola infine rossa

batte batte dentro al cuore come

blatta che non volerà rimarrà

 

a rodere tra questi ruderi nutrirà

il nostro sangue nero sconfinato

insaziabile non si fermerà vorrà

sfamarsi di ogni sangue e vittima

 

diventata cenere deporla

nelle mani di Cerere a farne

messi di una Terra non più

prona a poteri e follie di ieri e

 

di oggi che sappia pesare

sulla stessa bilancia ogni

grammo di carne umana

rossa poi viola infine bianca

 

offerta al dio di tutti

i popoli di tutte le terre

ricche povere e senza

privilegi né figli prediletti

 

di una Terra non più

crocifissa da confini e

tavole imbandite da eletti

assediate da cumuli di blatte

 

affamate impazzite –

se questo è un uomo

 

* * *

IL ROSSO E LA NEVE

Qui è ormai tutto bianco

come una perfetta notte

di Natale mentre una fitta

si conficca nel costato

di questa impotenza

che può solo pensare

al rosso che cola  

tra i muri massacrati

di Gaza

 

*

 

Qui da noi il padrone è una stella

che ci impone la misura della terra

della farina dell’acqua della dignità

che ci invade e distrugge le case

 

che ci affama e fa piovere bombe

nel nome di Davide e di Israele  

che chiude il cerchio glorioso

della bestemmia Gott mit uns

 

su noi che non abbiamo più voce

in questo dominio del mondo

sommersi dalle mille voci

che del tempio fanno mercato

 

su noi resi ciechi e muti dall’oro

che scorre nelle reti e nei nervi e

comanda sapiente voce o silenzio

che non rompa la pace dei servi

 

o silenzio del dio dei popoli

tra scoppi di brindisi e bombarde

nell’impronunciabile nome YHWH

di un dio che ormai è solo tra gli eserciti  

 

*

 

e voi qui ancora al caldo della favola di lana

del lupo e dell’agnello – di una stella che brilla

di dollari e uranio minacciata da un esercito

insensato di fame e stracci – di una stella  

 

supernova del pensiero unico dominante di

una destrasinistra che balla abbracciata alle

stesse bugie e bolla da antisemita chi

rifiuta macelleria e storia che fa della speranza

 

umana una tomba, che rovescia la clessidra

e fa dell’Olocausto un grande ombrello

per coprire meglio tutte le vergogne, che

compra silenzi e falsità di politici e media 

 

O Obama Obama, tu quoque!, ci dici

anche qui yes we can, incurante di quanto

verdelatte ti ha versato la lobby di Sion?, o voi

re della parola, poeti di lumini accesi   

 

e voi che beati nuotate nel mare di cose

appesi alle code dei saldi – bambini dietro  

aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo disturbati

da bambini sventrati o ammutoliti di terrore

                                                                      sulla striscia di Gaza

 

Gennaio 2009

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:58 | link | commenti | commenti
categorie: giornata della memoria - adam va
mercoledì, 21 gennaio 2009

AD AUSCHWITZ - testi di Prisco De Vivo

Con la pubblicazione odierna dei testi di Prisco De Vivo e di quella che seguirà a breve, dedicata ad alcune poesie di Adam Vaccaro, proverò a ricordare, da questo minuscolo, impalpabile palco telematico, la ricorrenza grande, concreta, eternamente viva e pulsante del Giorno della Memoria. Sia De Vivo, con uno stile più classico, di impronta quasi visiva, da addolorato, tragico affresco, sia Vaccaro, con un'impronta più diretta, tagliente, provocatoria, parlano di memoria, di sangue, di tragedie di un passato più che mai attuale. Ogni poeta esprime un punto di vista personale, un'urgenza interna, un bisogno di urlare ciò che lo lacera dentro. Un urlo può ferire, e di sicuro qualche lettore o visitatore troverà eccessivo se non decisamente sgradevole ciò che De Vivo e Vaccaro scrivono. Da parte mia, pur consapevole di tale rischio, desidero dare voce a chi, con schiettezza e sincerità, esprime orrore per ciò che provoca morti insensate. Guardando "fascine di cadaveri" "bambini tappeti" e "tempie bucate", non si può conservare prudenza, misura e controllo. Sarebbe una forma di complicità con una ferocia che non ha tempo né confini e tende a rinascere, provando a mettere radici nei più disparati suoli di questa terra che chiede di respirare. Da parte mia dell'urlo dei due poeti colgo e ascolto l'invito a non dimenticare, a non farsi alleati del silenzio. Perchè in ogni uomo e in ogni popolo, la Giornata della Memoria forse serve a ricordare proprio questo, c'è la capacità antica, innata, di distinguere la luce nel buio, quel bagliore mai vinto di umanità che riesce a separare il senso dall'assurdo, la vittima dal carnefice. I.M.

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PRISCO DE VIVO

testi tratti da AD AUSCHWITZ

raccolta di prossima pubblicazione

A fine settimana

 

“A fine settimana

Inizia il concerto.

Date un’ultima occhiata

Agli spartiti.

Accordate gli strumenti.

Ci sarà dell’ottima musica,

Qui ad Auschwiltz”.

60 strumentiste arruolate

Per una Sinfonia Gassata.

 

* * *

Ad Auschwitz

  

 

I raggi del sole

Non riscaldano le mani.

 

In questo grande spazio

Corpi rosa

Sono stati trasportati

Come foreste spianate,

Come alberi andati in fumo.

        

* * *

Fascine di cadaveri

 

Fascine di cadaveri,

Tizzoni di popoli,

Carni e radici.

Bambini tappeti

Alle parate perverse

Nella gloria di eterno piscio.

 

Nessun pensiero hai più stuprato.

Il cameriere fedele in silenzio

ti ha bucato le tempie.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:53 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: inediti, auschwitz, giorno della memoria, prisco de vivo
mercoledì, 14 gennaio 2009

IN MARI INTANGIBILI - poesie di Nevio Nigro

Il verso breve, a volte composto da una sola parola, può essere, a seconda di come lo si utilizza, comodo o arduo, scarno e limitato o capace di aprire orizzonti. Nevio Nigro ha fatto della brevità un suo marchio di fabbrica, un'impronta personale del tutto riconoscibile. E, nel suo caso, il lavoro di cesello, la selezione sistematica dei termini, conduce ad un risultato appagante, ad un'armonia rotonda, generosa, come se ognuna delle sillabe racchiudesse fiumi di vocaboli, dialoghi, esperienze di vita vissuta o immaginata. Anche in Incontri, il suo volume edito di recente da Crocetti, fiumi di tempo reso senso e memoria convergono in un mare "intangibile", ossia, forse, fuori della portata della ragione, della sterile logica dei dati di fatto. La poesia di Nigro è sospesa tra sogno e carnalità. Una dimensione si fonde all'altra tramite un'altra specifica mistura: quella tra malinconia e ironia. In tale modo, tramite questa suggestione, il livello onirico e la sensualità si rafforzano a vicenda, come in un mare notturno, le cui onde sono celebrali ma hanno il calore del sole e il gusto aspro del sale: il rischio di immergersi nel tempo, nella vita, nonostante tutto. I.M.

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Seguimi

Seguimi questa sera

così non sarò solo.

Ti aspetterò

sul molo del mio mare.

Sai dove sono.

Insegnami la luce.

Possiedo la tua assenza.

Perciò vieni.

Poco si deve andare.

Così poco.

 

* * *

Di notte

Come il mare di notte

culli i miei sogni.

E fai pensar d'amore

se il giorno soffre

il lungo camminare.

Carezze brune

e dolce non parlare.

Come il mare di notte.

Quando tace.

* * *

 Un bacio nel sogno

Trasforma la notte

in silenzi

di labbra e lune,

in mari intangibili

al vento

dell'angoscia.

Quando fugge

lo inseguono

fiori di oleandro

ai bordi della via

e un solitario

canto.

* * *

 

Tu cosa sei?

(Consolazione)

Ti aspetto anche domani

angoscia del mattino.

E in fondo

ti amo

se segreta mi culli,

se tradendo il tuo nome

mi consoli.

Ma puoi essere tu

se tu non sei?

Sei attesa

tuttavia.

E l'anima

ammalata

al tuo miraggio

ancora

si abbandona.

 

* * *

A Vicente Aleixandre

"Labbra azzurre

escono dalla notte,

e il giallo sboccia.

Come una luna chiara

aderisce a quel volto,

dove fa notte

a sentirsi

sfiorare".

Sei Tu,

maestro sognatore,

delirio lirico

che mi coinvolge.

E le mie lune, mari,

albe e sogni

sono povere ombre

nel confronto.

Adesso che l'anima

gela per le ore

persiste il tuo richiamo.

Dove la notte di seta

tace e carezza.

E remoti orizzonti

cantano solitari.

 

* * *

Arcipelaghi

 

La luna

si finge cieca

se il mare è cupo.

E i giorni vanno

da un quando a un quando

senza di noi.

Ma è tornata

la stagione del canto

e forse domani

saremo felici.

Vorrei per compagna

una stella.

Cosi

mentre si muovono parole

da me a me,

a terra ombre

seguono le nuvole.

* * *

Canzoni

 

Invitai la bellezza

sulle ginocchia.

Cantava

strane

canzoni.

Allora tanto cielo

su di me.

Ci ho messo

tanto

per trovarle

amare.

Poi sono fuggito

per non sentirle

più.

Ma sul tardi

tornano a parlarmi

canzoni.

(Nel suo segreto

ognuno

ha una traccia

d'azzurro.)

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:25 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: edito, crocetti editore
mercoledì, 07 gennaio 2009

SPECCHIO DI CIO' CHE E' VERO -poesie di Carlangelo Mauro

C'è una dolcezza scabra nei versi di Carlangelo Mauro, quasi un desiderio di sogno e di idilliaca memoria che si scontra con la coscienza e con il peso del reale, dell'attuale, del vero che impera, cancella e trasforma. Ma forse è esatto anche il contrario; è possibile che vada letto tutto in direzione opposta: nonostante la visione attenta e nitida che l'autore riserva alla stato concreto delle cose, c'è, ugualmente forte, la tendenza a cercare con la coda dell'occhio uno specchio deformante, per individuare ancora la volontà se non la speranza del sogno. L'atto di onestà con cui l'autore definisce "inutile" lo specchio di ciò che è vero non è una resa, non è sconfitta. E' solo un modo per giocare a carte scoperte, con la consapevolezza che nulla cambierà, che le persone perdute o smarrite nel tempo e dal tempo non torneranno; ma anche con la certezza che solo ciò che è inutile è davvero bello, in fondo, è poesia, ricordo che non si spegne. La poesia di Carlangelo è salda e matura, intessuta di sincerità, di genuina tensione verso un luogo che esiste solo nell'atto concreto e simbolico del cammino, del viaggio. Forse perché, nonostante il senso agro e diffuso di ciò che si è perduto, si riesce ancora in certi momenti a vedere la vita "un po’ maldestra correre ad ostacoli", e allora "ecco, cade la pallina/ ricominci da capo". I.M.

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POESIE di Carlangelo Mauro

 

I

a  Carlangelo Mauro

(1902-1976)

 

 

nel ’43 per strada

in pericolo di salire

sui camion

per un viaggio senza ritorno

 

fu il caso – una dei Contieri

che parlava tedesco –

studiò le attente parole

 

quelle che non so ripetere

che valgono una vita

senza essere mai scritte

 

 

II

 

Ad Antonio Russo

(1918-1990)

 

colpi di fucile nella sera

il ratto passava ignaro

lungo il filo

di cemento dietro gli alberi

atteso da Antonio lo zione,

Leopoldo Carmine Nicola

e altri che non ricordo

 

«forse era un esorcismo

o un semplice divertimento serale»,

invidiavo il gruppo dei grandi

seduti a semicerchio

mio padre mai avrebbe permesso

di farmi respirare

la fresca aria del giardino

nelle interminabili

notti d’estate

 

quell’aria nera

piena dei passi

delle parole dell’attesa

 

lo zio poggia il fucile

sulle ginocchia

lo vedo per un attimo al centro

della scomparsa compagnia

 

***

«ecco.. il riposo del guerriero…

respira, adesso…», mi dicevi,

e del nero della terra e dei frutti

nelle notti insonni

mi lascia il segno

 

le donne in quel mestiere

c’erano nate

ma preferivano la velocità

di mio padre Felice

 

dopo i cesti il giardino

era un’ombra placata

di voci che nel sole

più non si rianimano

***

in una delle tue tante spedizioni

di osservatore

con il fucile in spalla

ti colpì quella strana

malattia inguaribile

i tuoi occhi

di brace ardenti

 

in una pentola sul focolare

preparò il rimedio

rimestato di erbe del giardino

di frasi oscure

un vecchio saggio

 

ti ordinò

di fissare lo Sterminatore

pena l’insuccesso

 

mi raccontasti per giorni

della tua incredula guarigione

di un altro mondo

***

III

 

                                                  a  Felicetta Sangermano

                                                  (1920-1999)

 

qualche pietra di tufo

dell'infanzia scheggiata

quando cacciavamo le lucertole

nella terra confitta

là dove passavamo

oltre il viale

attenti ai gigli viola

che piantasti

 

uno spettacolo quel filare

che non ne vedevi la fine

dove c'era la pianta

dei fiori del paradiso

e più a destra

il grande rifugio verde

l'alloro caduto con il muro

 

***

 

IV

A Rosanna Sepe

                                                (1968-1995)

 

 

Mi scegliesti guida dell’equipaggio

una gara che volevi

assolutamente vincere

ma io ti delusi

 

ecco, cade la pallina

ricominci da capo

mentre tutti dai balconi ti guardano

un po’ maldestra correre ad ostacoli

 

tante cose come queste di te

avevo nella mente quando

non eri più tu

gonfia e martoriata

tu così fragile e sospesa

 

forse era un altro nostro

errore quotidiano

una mezz’ora in più al volante

o un fruscio maligno tra gli alberi

 


***

 

V

a Isabelle Mazza

(1966-2001)

 

 

Ho aspettato vent’anni per dirti

quello che a te è caduto

perso per sempre dalla mente

 

di un mattino pieno di sole

di vivi non morti, non ancora

e di un organo antico meta

del nostro piccolo viaggio

 

una chiesa dove sono

tornato per una morte:

lì i tuoi bianchissimi

capelli, la tua adolescenza

fatale si fissò

 

«ma sei la figlia di Sergio», disse

sorpreso il sacerdote della tua

veloce maturazione

 

come tutte le cose perduta

nel passaggio lasciata

in brandelli sull’opaco

inutile specchio

di ciò che è vero

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:55 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: inediti

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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