I versi di Giuseppe Vetromile si muovono, a me pare, su un binario sospeso tra estremi opposti, sia sul piano della forma che su quello dei contenuti. Il verso è lungo, si estende sotto la pressione dell'urgenza di narrare, dare voce e forma a una storia, una vicenda. Ma c'è anche la capacità di concentrare in una manciata di sillabe uno stato d'animo, un mondo interiore. Non è forse un caso che in molti versi sia presente una cesura, come a conciliare diverse distanze e istanze, la narrazione e la suggestione. Fondamentale, e ottimamente realizzata, è anche a mio avviso la conciliazione tra il livello sociale e quello personale, tra la rabbia e la richiesta di equità per i popoli, e, dal canto opposto, ma forse in realtà complementare, il bisogno di una realizzazione autentica negli ambiti più intimi e personali. Tra la dimensione che conduce a prendere atto che "veniamo da vicine ombre/ l’uno all’altra affacciato/ per sentire le cose con gli stessi sensi" e la certezza che "siamo fantasmi [...] che cercano speranza [...] in abbondanza di miti/ scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo". Una poesia dalle caratteristiche specifiche e ben individuabili, quella di Vetromile, ricca di sensi ma mai pesante, mai carica di vani orpelli; in grado di parlare alla ragione e a qualcosa che alla ragione sfugge, rivolgendosi al tempo e al mondo in cui si muove, a volte con disagio ma sempre con tenacia e volontà, e a quella dimensione che lo spazio-tempo schiva, riscrive, ricrea. I.M
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1. Nel credo delle stagioni
Nel credo delle stagioni e delle piazze vado sfrangiandomi a dismisura
Dopo il tramonto avallare la mia ombra sui muri condivisi
sarebbe follia di reincarnazione
stante la nostra ala di luce appiccicata ad un sogno immateriale
(sfollati noi siamo dai reparti del supermercato appena una lieve
evanescenza di sudditi dell’economato a braccia tese
verso il rendiconto di finemese in fondo al purgatorio
il nostro valore fu in qualche centesimo di aurora oppure
nel quinto mistero gaudioso che si comprime tra le dita intricate
appallottolando tutto ciò che sa di sacrale)
Eppure mi ripiego spesso dietro il lumino e a sera
non visto
predìco l’abbondanza dei miti e dei segni poi
tramite l’almagesto mi pongo al centro delle cose
fiaccando ogni credenza
alla fine restando
solo ombra vacua di me
tra il tempo che produce attese infinite sui muri opachi
e dentro le crepe dell’anima
assolata
2. Il mio asìntoto di luce
Non ho mai detto a nessuno di seguire il mio asintoto di luce
Quando il mattino floscio ridà il confine a noi affollati e obliterati
nel quartiere s’alza il viavai browniano
verso il recondito punto di raccolta amen
io mi scartoccio dall’incavo del cielo e vado da solo
verso la Domanda repentina
improvvisa
e improvviso un magma verboso che scende fino al cuore
apre squarci di possibilità in abbecedari inconsultabili
: mi darà da vivere quest’enfasi e la Risposta non retorica
(solo quella Parola dal creato si distacca
una sola Parola che basti per tutte):
raccoglierla scrupolosamente per i passi nuovi del domani
scordandosi dell’ombra vecchia
smorta sul muro del tramonto
nel riempire il mondo non si fa che attendere una dissolvenza d’amore
* * *
3. Un referto di felicità
Un referto di felicità m’induce a progredire lungo i brani del mattino
aggiungendo nuove rime ai pilastri del breviario quotidiano
Ma noi abbiamo mia cara uno spigolo sghimbescio che alterna luce
ai primordi del buio camerale
quando inventa l’ombra una forma che si possa offrire
giusta
per dimensioni e incanto compatibili al nostro comprendonio
Dimidiati così tra cielo e suppellettili andremo franchi di fede
fino al prossimo mercato dove il companatico ci aggrada
(e abbiamo da pensare finalmente al finemese sgattaiolando
lungo l’informe pista dei compratori d’assoluto niente)
Distacchi e ombre :non altro siamo dentro il giorno
e va perpetuandosi un ingrato giro d’ore attorno a noi
mia cara
:vederti così attenta al grido della terra che ti inonda di verbali
sentirti le mani così piene di rumori
il cuore così duro
etichettato
* * *
4. In abbondanza di miti
Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato
sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca
l’ultima ombra della cuccagna agguantata ieri in un effluvio
di sole abbacinante laggiù vedo un acero contorto e la luce
vi piove attorno come per accontentarlo :io e lui
non siamo che gravità occasionali impulsi di terra
raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti
buoni e castigati
Noi si sa mia cara veniamo da vicine ombre
l’uno all’altra affacciato per sentire le cose con gli stessi sensi
e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte
e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia
Nulla ci abbandona se non quest’ombra a sera e ci distacca la luna
dalle nostre orbite subliminali E’ vero :siamo fantasmi mia cara
che cercano speranza nel buio corridoio
tra una stanza e l’altra
in abbondanza di miti scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo
* * *
5. Il più delle volte
Ma il più delle volte ci regala un sorriso di luce calda il sole a perpendicolo
sui nostri burrascosi inciampi e le nostre vettovaglie appaiono
bianche e splendide in un agguato di materia latente nelle pieghe dei contorni
Il più delle volte il tuo viso è lontano dall’irrealtà del tuo apparire
: mia cara sei così fluida e leggera in questo conguaglio di tempo
(tra la morte e la vita non c’è che un pensiero d’amore)
Sarebbe bello il crederti crisalide pasquale che sublimi la tua polvere
in un orgasmo di cieli e terre nuove e tu come Pirra
daresti vita ai funebri sassi di carne che dietro i tuoi passi
vanno ricrescendo
Oh ma tu sei ombra non già distaccata dal superficiale fiato terrestre
sei ombra come me e gli altri
in cammino perenne verso dove
e il cielo sa cosa precipitare
Il più delle volte
è solo un incubo la mano sta sulla maniglia la valigia è colma
la porta è solo da aprirsi
in abbandono di luce la casa la meraviglia d’un tiretto di ricordi
la zia il nonno le trapassate cose di famiglia
un evento sbiadito oltre il muro del pianeta
e noi non siamo mia cara che un illustre sogno di carta : fantasmi
che pretendono riconoscenza
tra distacchi e ombre in perpetuo riciclaggio
Il filo rosso che unisce i testi di Prisco De Vivo (pubblicati nel post precedente e di cui tornerò a parlare presto) ai versi di Adam Vaccaro qui proposti è la reazione di stupore e dolore eternamente rinnovato di fronte al ricordo della violenza e dell'assurdo, che, anch'essi, si rinnovano mutando forma ma non sostanza. Adam Vaccaro è un poeta che ha fatto della coerenza un proprio segno distintivo: operando concretamente nel tentativo, spesso riuscito, di creare una rete di voci e testimonianze a favore della pace, della giustizia, della necessità di dare un ruolo alla poesia nell'ambito di ciò che agisce sulla vita, sulla dignità dell'esistenza umana. Tale coerenza e nitidezza fanno sì che anche il suo grido contro la guerra, anzi contro le guerre e le violenze di tutti i tempi, meriti ascolto. In questo caso più che mai qualche lettore troverà eccessivi alcuni accenti. Personalmente confermo quanto scritto precedemente: il grido del poeta è sincero, non artefatto, non di maniera. Al di là dei riferimenti specifici resta la sostanza profonda di una richiesta più che mai vitale di dialogo, di pace, di una pace giusta ed equa. Con la speranza che, accanto ai significativi gesti concreti contro la tortura, sia concesso a chi può di agire concretamente anche a favore della pace e di una vita vivibile e umana per tutti, torno a parlare di poesia, evidenziando il fitto ed efficace ordito di assonanze e consonanze presenti nei versi di Vaccaro, quasi a creare un tessuto di coesione che mima nella forma un auspicio di armonia. Torno a parlare di poesia, con la speranza e la convinzione che, nonostante tutto, non siano vani la voce ed il canto, nel dolore, nella memoria, nell'idea necessaria di una strada nuova. I.M.
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testi di ADAM VACCARO
MEMORIE DEL FUTURO
La cenere dei fumi di Auschwitz
così bianca e viola infine rossa
batte batte dentro al cuore come
blatta che non volerà rimarrà
a rodere tra questi ruderi nutrirà
il nostro sangue nero sconfinato
insaziabile non si fermerà vorrà
sfamarsi di ogni sangue e vittima
diventata cenere deporla
nelle mani di Cerere a farne
messi di una Terra non più
prona a poteri e follie di ieri e
di oggi che sappia pesare
sulla stessa bilancia ogni
grammo di carne umana
rossa poi viola infine bianca
offerta al dio di tutti
i popoli di tutte le terre
ricche povere e senza
privilegi né figli prediletti
di una Terra non più
crocifissa da confini e
tavole imbandite da eletti
assediate da cumuli di blatte
affamate impazzite –
se questo è un uomo
* * *
IL ROSSO E LA NEVE
Qui è ormai tutto bianco
come una perfetta notte
di Natale mentre una fitta
si conficca nel costato
di questa impotenza
che può solo pensare
al rosso che cola
tra i muri massacrati
di Gaza
*
Qui da noi il padrone è una stella
che ci impone la misura della terra
della farina dell’acqua della dignità
che ci invade e distrugge le case
che ci affama e fa piovere bombe
nel nome di Davide e di Israele
che chiude il cerchio glorioso
della bestemmia Gott mit uns
su noi che non abbiamo più voce
in questo dominio del mondo
sommersi dalle mille voci
che del tempio fanno mercato
su noi resi ciechi e muti dall’oro
che scorre nelle reti e nei nervi e
comanda sapiente voce o silenzio
che non rompa la pace dei servi
o silenzio del dio dei popoli
tra scoppi di brindisi e bombarde
nell’impronunciabile nome YHWH
di un dio che ormai è solo tra gli eserciti
*
e voi qui ancora al caldo della favola di lana
del lupo e dell’agnello – di una stella che brilla
di dollari e uranio minacciata da un esercito
insensato di fame e stracci – di una stella
supernova del pensiero unico dominante di
una destrasinistra che balla abbracciata alle
stesse bugie e bolla da antisemita chi
rifiuta macelleria e storia che fa della speranza
umana una tomba, che rovescia la clessidra
e fa dell’Olocausto un grande ombrello
per coprire meglio tutte le vergogne, che
compra silenzi e falsità di politici e media
O Obama Obama, tu quoque!, ci dici
anche qui yes we can, incurante di quanto
verdelatte ti ha versato la lobby di Sion?, o voi
re della parola, poeti di lumini accesi
e voi che beati nuotate nel mare di cose
appesi alle code dei saldi – bambini dietro
aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo disturbati
da bambini sventrati o ammutoliti di terrore
sulla striscia di Gaza
Gennaio 2009
Con la pubblicazione odierna dei testi di Prisco De Vivo e di quella che seguirà a breve, dedicata ad alcune poesie di Adam Vaccaro, proverò a ricordare, da questo minuscolo, impalpabile palco telematico, la ricorrenza grande, concreta, eternamente viva e pulsante del Giorno della Memoria. Sia De Vivo, con uno stile più classico, di impronta quasi visiva, da addolorato, tragico affresco, sia Vaccaro, con un'impronta più diretta, tagliente, provocatoria, parlano di memoria, di sangue, di tragedie di un passato più che mai attuale. Ogni poeta esprime un punto di vista personale, un'urgenza interna, un bisogno di urlare ciò che lo lacera dentro. Un urlo può ferire, e di sicuro qualche lettore o visitatore troverà eccessivo se non decisamente sgradevole ciò che De Vivo e Vaccaro scrivono. Da parte mia, pur consapevole di tale rischio, desidero dare voce a chi, con schiettezza e sincerità, esprime orrore per ciò che provoca morti insensate. Guardando "fascine di cadaveri" "bambini tappeti" e "tempie bucate", non si può conservare prudenza, misura e controllo. Sarebbe una forma di complicità con una ferocia che non ha tempo né confini e tende a rinascere, provando a mettere radici nei più disparati suoli di questa terra che chiede di respirare. Da parte mia dell'urlo dei due poeti colgo e ascolto l'invito a non dimenticare, a non farsi alleati del silenzio. Perchè in ogni uomo e in ogni popolo, la Giornata della Memoria forse serve a ricordare proprio questo, c'è la capacità antica, innata, di distinguere la luce nel buio, quel bagliore mai vinto di umanità che riesce a separare il senso dall'assurdo, la vittima dal carnefice. I.M.
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PRISCO DE VIVO
testi tratti da AD AUSCHWITZ
raccolta di prossima pubblicazione
A fine settimana
“A fine settimana
Inizia il concerto.
Date un’ultima occhiata
Agli spartiti.
Accordate gli strumenti.
Ci sarà dell’ottima musica,
Qui ad Auschwiltz”.
60 strumentiste arruolate
Per una Sinfonia Gassata.
* * *
Ad Auschwitz
I raggi del sole
Non riscaldano le mani.
In questo grande spazio
Corpi rosa
Sono stati trasportati
Come foreste spianate,
Come alberi andati in fumo.
* * *
Fascine di cadaveri
Fascine di cadaveri,
Tizzoni di popoli,
Carni e radici.
Bambini tappeti
Alle parate perverse
Nella gloria di eterno piscio.
Nessun pensiero hai più stuprato.
Il cameriere fedele in silenzio
ti ha bucato le tempie.
Il verso breve, a volte composto da una sola parola, può essere, a seconda di come lo si utilizza, comodo o arduo, scarno e limitato o capace di aprire orizzonti. Nevio Nigro ha fatto della brevità un suo marchio di fabbrica, un'impronta personale del tutto riconoscibile. E, nel suo caso, il lavoro di cesello, la selezione sistematica dei termini, conduce ad un risultato appagante, ad un'armonia rotonda, generosa, come se ognuna delle sillabe racchiudesse fiumi di vocaboli, dialoghi, esperienze di vita vissuta o immaginata. Anche in Incontri, il suo volume edito di recente da Crocetti, fiumi di tempo reso senso e memoria convergono in un mare "intangibile", ossia, forse, fuori della portata della ragione, della sterile logica dei dati di fatto. La poesia di Nigro è sospesa tra sogno e carnalità. Una dimensione si fonde all'altra tramite un'altra specifica mistura: quella tra malinconia e ironia. In tale modo, tramite questa suggestione, il livello onirico e la sensualità si rafforzano a vicenda, come in un mare notturno, le cui onde sono celebrali ma hanno il calore del sole e il gusto aspro del sale: il rischio di immergersi nel tempo, nella vita, nonostante tutto. I.M.
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Seguimi
Seguimi questa sera
così non sarò solo.
Ti aspetterò
sul molo del mio mare.
Sai dove sono.
Insegnami la luce.
Possiedo la tua assenza.
Perciò vieni.
Poco si deve andare.
Così poco.
* * *
Di notte
Come il mare di notte
culli i miei sogni.
E fai pensar d'amore
se il giorno soffre
il lungo camminare.
Carezze brune
e dolce non parlare.
Come il mare di notte.
Quando tace.
* * *
Un bacio nel sogno
Trasforma la notte
in silenzi
di labbra e lune,
in mari intangibili
al vento
dell'angoscia.
Quando fugge
lo inseguono
fiori di oleandro
ai bordi della via
e un solitario
canto.
* * *
Tu cosa sei?
(Consolazione)
Ti aspetto anche domani
angoscia del mattino.
E in fondo
ti amo
se segreta mi culli,
se tradendo il tuo nome
mi consoli.
Ma puoi essere tu
se tu non sei?
Sei attesa
tuttavia.
E l'anima
ammalata
al tuo miraggio
ancora
si abbandona.
* * *
A Vicente Aleixandre
"Labbra azzurre
escono dalla notte,
e il giallo sboccia.
Come una luna chiara
aderisce a quel volto,
dove fa notte
a sentirsi
sfiorare".
Sei Tu,
maestro sognatore,
delirio lirico
che mi coinvolge.
E le mie lune, mari,
albe e sogni
sono povere ombre
nel confronto.
Adesso che l'anima
gela per le ore
persiste il tuo richiamo.
Dove la notte di seta
tace e carezza.
E remoti orizzonti
cantano solitari.
* * *
Arcipelaghi
La luna
si finge cieca
se il mare è cupo.
E i giorni vanno
da un quando a un quando
senza di noi.
Ma è tornata
la stagione del canto
e forse domani
saremo felici.
Vorrei per compagna
una stella.
Cosi
mentre si muovono parole
da me a me,
a terra ombre
seguono le nuvole.
* * *
Canzoni
Invitai la bellezza
sulle ginocchia.
Cantava
strane
canzoni.
Allora tanto cielo
su di me.
Ci ho messo
tanto
per trovarle
amare.
Poi sono fuggito
per non sentirle
più.
Ma sul tardi
tornano a parlarmi
canzoni.
(Nel suo segreto
ognuno
ha una traccia
d'azzurro.)
C'è una dolcezza scabra nei versi di Carlangelo Mauro, quasi un desiderio di sogno e di idilliaca memoria che si scontra con la coscienza e con il peso del reale, dell'attuale, del vero che impera, cancella e trasforma. Ma forse è esatto anche il contrario; è possibile che vada letto tutto in direzione opposta: nonostante la visione attenta e nitida che l'autore riserva alla stato concreto delle cose, c'è, ugualmente forte, la tendenza a cercare con la coda dell'occhio uno specchio deformante, per individuare ancora la volontà se non la speranza del sogno. L'atto di onestà con cui l'autore definisce "inutile" lo specchio di ciò che è vero non è una resa, non è sconfitta. E' solo un modo per giocare a carte scoperte, con la consapevolezza che nulla cambierà, che le persone perdute o smarrite nel tempo e dal tempo non torneranno; ma anche con la certezza che solo ciò che è inutile è davvero bello, in fondo, è poesia, ricordo che non si spegne. La poesia di Carlangelo è salda e matura, intessuta di sincerità, di genuina tensione verso un luogo che esiste solo nell'atto concreto e simbolico del cammino, del viaggio. Forse perché, nonostante il senso agro e diffuso di ciò che si è perduto, si riesce ancora in certi momenti a vedere la vita "un po’ maldestra correre ad ostacoli", e allora "ecco, cade la pallina/ ricominci da capo". I.M.
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(1902-1976)
nel ’43 per strada
in pericolo di salire
sui camion
per un viaggio senza ritorno
fu il caso – una dei Contieri
che parlava tedesco –
studiò le attente parole
quelle che non so ripetere
che valgono una vita
senza essere mai scritte
II
colpi di fucile nella sera
il ratto passava ignaro
lungo il filo
di cemento dietro gli alberi
atteso da Antonio lo zione,
Leopoldo Carmine Nicola
e altri che non ricordo
«forse era un esorcismo
o un semplice divertimento serale»,
invidiavo il gruppo dei grandi
seduti a semicerchio
mio padre mai avrebbe permesso
di farmi respirare
la fresca aria del giardino
nelle interminabili
notti d’estate
quell’aria nera
piena dei passi
delle parole dell’attesa
lo zio poggia il fucile
sulle ginocchia
lo vedo per un attimo al centro
della scomparsa compagnia
***
«ecco.. il riposo del guerriero…
respira, adesso…», mi dicevi,
e del nero della terra e dei frutti
nelle notti insonni
mi lascia il segno
le donne in quel mestiere
c’erano nate
ma preferivano la velocità
di mio padre Felice
dopo i cesti il giardino
era un’ombra placata
di voci che nel sole
più non si rianimano
***
in una delle tue tante spedizioni
di osservatore
con il fucile in spalla
ti colpì quella strana
malattia inguaribile
i tuoi occhi
di brace ardenti
in una pentola sul focolare
preparò il rimedio
rimestato di erbe del giardino
di frasi oscure
un vecchio saggio
ti ordinò
di fissare lo Sterminatore
pena l’insuccesso
mi raccontasti per giorni
della tua incredula guarigione
di un altro mondo
***
III
a Felicetta Sangermano
(1920-1999)
qualche pietra di tufo
dell'infanzia scheggiata
quando cacciavamo le lucertole
nella terra confitta
là dove passavamo
oltre il viale
attenti ai gigli viola
che piantasti
uno spettacolo quel filare
che non ne vedevi la fine
dove c'era la pianta
dei fiori del paradiso
e più a destra
il grande rifugio verde
l'alloro caduto con il muro
***
IV
(1968-1995)
Mi scegliesti guida dell’equipaggio
una gara che volevi
assolutamente vincere
ma io ti delusi
ecco, cade la pallina
ricominci da capo
mentre tutti dai balconi ti guardano
un po’ maldestra correre ad ostacoli
tante cose come queste di te
avevo nella mente quando
non eri più tu
gonfia e martoriata
tu così fragile e sospesa
forse era un altro nostro
errore quotidiano
una mezz’ora in più al volante
o un fruscio maligno tra gli alberi
***
V
a Isabelle Mazza
(1966-2001)
Ho aspettato vent’anni per dirti
quello che a te è caduto
perso per sempre dalla mente
di un mattino pieno di sole
di vivi non morti, non ancora
e di un organo antico meta
del nostro piccolo viaggio
una chiesa dove sono
tornato per una morte:
lì i tuoi bianchissimi
capelli, la tua adolescenza
fatale si fissò
«ma sei la figlia di Sergio», disse
sorpreso il sacerdote della tua
veloce maturazione
come tutte le cose perduta
nel passaggio lasciata
in brandelli sull’opaco
inutile specchio
di ciò che è vero