Poeta recentemente vincitrice del Premio "Astrolabio", presieduto da Valeria Serofilli e della cui giuria faccio parte anch'io, avendo l'opportunità di leggere alcuni autori validi e originali, Alessandra Paganardi, di cui sono lieto di presentare qui alcuni testi, autrice coerente nella ricerca di un linguaggio personale, in grado di rifuggire sia dalla retorica sia da asfittici minimalismi, mi ha inviato per Dedalus una sua silloge inedita, che lei stessa ha definito, trovandomi d'accordo, "fresca". E' fresca non solo perché è stata composta da poco, ma anche per il senso di genuinità e autenticità che riesce a comunicare. Il titolo della silloge, in fieri, è "Farsi altro", e lo spunto iniziale, la goccia che mette in moto il flusso delle parole, è la riflessione sulla bellissima, sconvolgente cava tuttora in esercizio sul monte Pisanino, dalle parti di Marina di Massa, visitata nelle vacanze pasquali dalla Paganardi con la sua famiglia. La cava, come specifica la stessa autrice in una lettera allegata ai testi, "è una presenza costante nel [suo] immaginario; ma, partendo da questo luogo fisico che inevitabilmente entra nella geografia del pensiero e del sentire, la composizione dei testi deraglia verso varie forme del divenire, quasi fossero tutte figure della permanenza nello sparire: dalla trasformazione di una banale conchiglia in perla, ai passaggi di stato dall'alba alla notte, all'incompiuto per eccellenza della Pietà di Michelangelo, che è quasi una volontà di fermare il divenire nel tempo". Riportata questa bella e nitida descrizione della Paganardi sulla genesi della scrittura di questi testi, a me non resta che invitare alla lettura di questi versi di cui personalmente apprezzo, lo confermo, la cadenza ed il tono, capace di conciliare la solennità profonda di alcuni momenti di umana rivelazione con la lievità di chi è ben conscio della fatale inconsistenza dell'essere (qualcuno avrebbe detto "leggerezza): la coscienza, ben descritta in questi versi, che "Ci siamo messi in fila anche noi/ rocce cave per il tempo che attende/ di tagliare i ricordi, di spostarli/ via dalla mente in blocco, uno su uno". Ma proprio questa consapevolezza, paradossalmente forse, ma neppure troppo, porta anche a cercare con gli occhi e con il cuore attimi di senso e di lucida meraviglia, quella vitale madreperla "nutrita dal niente di un grumo/ [che] l’ha trasformata in una goccia rotonda/ di bellezza, una minuscola luna". I.M.
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ALESSANDRA PAGANARDI
FARSI ALTRO
silloge inedita
LA CAVA
E’ duro il salto, come questo marmo.
Bisogna flettere il calcagno freddo
alla salita, rendere le suole
alla polvere che si fa più scura
nel passo. Appiattire il respiro
alla pietra. Poi l’ultima stanza -
quell’orecchio di Dioniso svuotato
nel venerdì di Pasqua, dadi immensi
allineati come case a schiera.
Non sarà mai acqua
il fiume - è un rumore la voce
impigliata tra fango e sassi.
Ci siamo messi in fila anche noi -
rocce cave per il tempo che attende
di tagliare i ricordi, di spostarli
via dalla mente in blocco, uno su uno.
E tutto ricomincia a farsi altro.
***
PARATESTO
Scrivo, ma non mi sento fra le mani
l’inafferrabile. Scrivo che neppure
un sasso è saldo ed è sicuro nella
sua forma, che soltanto
la traccia è vera ma non è invisibile -
è lì nascosta. Un solco
che si gonfia di terra sempre nuova
una crepa che chiama sotto i piedi -
come grattare il muro per trovare
un ritratto, e ancor più sotto un camposanto
antico. Scrivo che anche il tempo
diventa mite se lo lasci sfogare
la sua voglia di uccidere ogni cosa -
triste come un tiranno senza sudditi.
***
RIVIERA
E ritornare là dove ogni cosa
infine si fa notte:
la voce di un concerto non finito
come neppure il vento più sa fare.
Qualcosa sembra arrendersi da sempre,
qualcosa ha rinunciato ad aspettare
come la spiaggia a novembre -
l’orologio che batte sul profumo
del primo pane, solo per sentire
che non è stata inutile la sera.
***
GENEALOGIA
Sembra una foto d’epoca ingiallita
la madreperla che accoglie la luce
nelle sue valve scure senza storia.
L’ha nutrita dal niente di un grumo
l’ha trasformata in una goccia rotonda
di bellezza, una minuscola luna.
***
PIETA’ RONDANINI
E’ lotta oppure amore
questo tuffarsi in due senza misura
nel verso della notte
l’affondo sghembo di un corpo che crolla
in un abbraccio inutile di madre
Il compasso sul foglio ha perso l’ago
prosegue la sua corsa all’infinito
nella retta di un gesto -
e non si sa chi muore.
***
ULTRASUONO
Poi tornerà anche il gufo
questo bambino imbronciato che vola
col suo fischietto né acuto né grave -
un ultrasuono di polvere.
Passerà solo come un’isola
stregata, canterà l’ora di tutti
più forte di un poeta.
E' un luogo ineludibile, Roma; fisico, spirituale, politico, concreto, onirico: paesone ciociaro, smaccatamente e sbracatamente innocuo ed apatico, in apparenza, e, un passo oltre, un grido e un tombino più in là, metropoli pluristratificata, sottilmente mefistofelica, come il sorriso del senatore a vita per antonomasia, quello che continua a ghignare di noi, dei destini che ha orientato e rubato, tra una messa alle sei di mattina ed un incontro col malaffare, con o senza bacio. Ma tant'è. Roma è tutto questo; è un'idea, un ricordo presente e futuro, qualcosa con cui sia chi la ama che chi la odia deve fare i conti. Ignorarla non è possibile: la presunta indifferenza è in realtà una scelta di campo. Un poeta come Franco Buffoni, attento a tutto ciò che di per sé assume un valore metaforico, in grado di gettare luce sul senso delle cose, e sulla sfida di fondo, quella tra l'umanità e il suo contrario, tra l'autenticità dell'essere e, sul fronte opposto, ciò che la nega e prova ad annichilirla, sia essa la guerra, o l'indifferenza, o l'offesa cieca e ottusa contro forme ed esistenze libere nel corpo e nel pensiero, si trova così a scrivere un libro dedicato a Roma, di prossima pubblicazione con Guanda, di cui propongo qui due anticipazioni, significative, scelte dallo stesso autore. Lo sguardo di Buffoni sulla città eterna è attento e accurato, tagliente e lieve, ironico senza rinunciare allo scavo, anche nel senso letterale del termine, la volontà di sondare ciò che si cela sotto la superficie, delle cose, degli splendori e delle macerie, nel cunicolo fascinoso e intrigante fatto di parole dette e alluse, nomi che hanno lasciato una traccia nella Storia o hanno comunque inciso qualcosa di sé sulle mura della morte e della vita. Il tocco finale, acrobazia ben riuscita, in grado di mettere in contatto senso e non senso, presente e passato, sacralità e quotidianità, unisce la Domus Aurea con lo Stadio Delle Alpi, oggi Olimpico, e pone in parallelo, tramite il sorriso della poesia, la disperata e libera frenesia di un antenato di Pasolini con le finte e i dribbling di Del Piero. Una poesia, quella di Franco Buffoni, che concilia lievità e profondità, evocando quella mitologia del quotidiano, che, passo dopo passo, ci accompagna in quel "passaggio sotterraneo che conduce/ al santuario di Vesta" e a "questo selciato composto/ di basoli in pietra calcarea", da cui si vede, come in uno specchio, la grandezza e la limitatezza umana, e, al di sopra e all'interno di tutto, una solare, tenace forza vitale. I.M.
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Franco Buffoni
ROMA
I
Com’era il mondo dove sbarcò Enea
Al di sotto del piano di campagna?
Rimosso lo strato di cenere compatta
Appaiono ambienti d’epoca ellenistica
Già nel 79 dopo Cristo abbandonati
Per precedenti terremoti e inondazioni…
Erano tante Rome disperse nei villaggi,
Varrone già lo scrive col tono del racconto:
Mons Capitolinus era chiamato un tempo
Il colle di Saturno, e cita Ennio
Come in una favola, sul colle
Saturnia era detta la città…
E presso Porta Mugonia al Palatino
Dalla casa dei Tarquini
Nel passaggio sotterraneo che conduce
Al santuario di Vesta
Scava ancora l’équipe per dimostrare
Come vuole il professore
Il legame tra i poteri:
Solo al re un diretto accesso era permesso
Al sacro fuoco.
Roma, roma che ci scherzi ancora.
II
Da questo selciato composto
Di basoli in pietra calcarea
Si accedeva alla fortezza con funzioni di culto
E rifugio in caso di guerre. All’interno
Le tre nicchie con volte a botte per i sarcofagi.
Aveva diciott’anni Antonio Bosio
Nel 1593
Quando, entrato per un piccolo forame
Serpendo e col petto per terra,
Si ritrovò in santa Domitilla…
“Sodomito”, vergò un giovane collega
Sotto una volta della Domus Aurea
Accanto al nome Pinturicchio
Autografo, come la sua invidia.
Vi si calavano i giovani pittori
E poi strisciavano fino a quei colori
E rilievi con stucchi. Lavoravano
Per ore con poca luce e pane
Tra serpi civette barbagianni
E poi vergavano la firma.
Erano accesi i loro sguardi vigili
E sguaiati. Erano maschi.
“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato
Nel momento del massimo fulgore.
Note:
Il giovane maltese Antonio Bosio - autore di Roma sotterranea, uscito postumo nel 1632 – discese col suo maestro Pompeo Ugonio per la prima volta nelle catacombe di Domitilla il 10 dicembre1593.
L’Avvocato per antonomasia era Gianni Agnelli, proprietario della Fiat e della Juventus, squadra nella quale giocava e tuttora gioca Alessandro Del Piero.
Da ROMA, nuovo libro inedito di Franco Buffoni (uscita prevista: gennaio 2010, editore Guanda).
Dopo Elisabetta Baleani, propongo un'altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell'esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, "Nel senso del verso: nuovo volume". L'indicazione "nuovo volume", non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: "Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana ("Aut prodesse volunt aut delectare poëtae", v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. [...] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli "pseudo salotti saltimbanco", mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti". Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell'autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.
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VALERIA SEROFILLI
testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO -
NUOVO VOLUME
Via di fuga nel dislessico
Sospesi tra l'attesa del peggio / quel tuo dire
"tanto deve finire" e "la spendo appieno
giacché non dura - per così dire -"
Ciclicità è rinascita / ma sfianca:
gemme continue germinano stress
e a ripetersi, l'indefinito / già sei fortunato
Ma quale fugace fuga e fuggitiva
si prescrive nel flusso che furtivo
ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo
consenzienti impacchi di mistero in attesa
d'incudini a recidere (il niente o il meno vero)
Astanti di tempi senza resa / miraggi
di lungometraggi in attesa
si continui a fugare quell'arresa
nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa
riscossa della più fervida rissa
di quell'arringa / terra promessa
letale plancton che alla sorte
germina misfatto, surimi per non dire granchio,
(cavia) caviale o più pregiato succedaneo
Sospensioni liquide di amplesso
siamo più o meno quel che ci è promesso
(o meglio concesso), ma la fine sussiste,
quanto prima e la sfida continua
nel dislessico.
***
Se casomai spronato
Se casomai spronato quel tanto / da
dar luogo ad un rimorso che convenga
ti spiegherei che esiste anche la selva
ad inselvatichire le stanche membra
Se casomai servisse a qualche cosa
delucidarne il lucido sentiero, ti
spiegherei che quel che avverto è vero
e non son versi buttati alla rinfusa
Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono
quel tanto che mi faccia effetto
quel poco che mi sostenga l'affetto
e fintanto che ne sono degno
Se casomai l'eclisse fosse vento
cerco l'effetto fin quando non l'avverto
sfogo lo sdegno che più mi diverte
e mi sostengo in differito inganno
mentre tento / la sorte / e la ritento.
"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.
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ELISABETTA BALEANI
Poesie tratte da VENTO ROSSO
ediz. Simple, 2009
Sulle ginocchia della sera blatero
al vento le mie canzoni:
vecchie morìe, impacchi giallastri,
stupefatte gondole quasi a galla
non vi vorrei avvicinare
se non per commissione,
vi odio più della pelle che mi riempie
perché straripate
per diventare me, non avete
pietà nella staffetta,
né di quanto aguzzina
sia la vostra sosta
sulla mia bocca.
In risposta: che peritura
sia la mia salita.
Che non incappi
nel vostro condominio.
***
E’ tempo di sangue e di zanne,
sciolte croci navigano avvistandomi,
silenti fuochi si affliggono
iridescenti, io meno la sorte,
mi sveno volando,
mi svendo ambulando,
m’arrendo e nutro biancori e corazze.
Sterminatrice d’ossimori,
le lande dall’onda
rugginosa non accolgo più,
anzi quasi annego lontane,
così schiarite, estranee a
questa nitidezza orba di fiati,
a queste lame rosse di mattino
impuro. Non così. Non oltre.
Non con la luce.
***
RISVEGLI
S’allunga il giorno negro su di me
mio malgrado mi rivestirà
spariranno le finzioni della notte
la luce mi sfonderà.
Ora, l’alba è sfumata
su frantumi di bitumi,
il mattino mi scodella, schivo,
brandelli di mele corrugate
e la pancia del mondo
s’arrovella su tastiere
dove sarebbe fresco morire
prima di perdere la terra
agra, dove la parola è bestemmia
e il silenzio una risacca attonita.
Ego iucundissima sum
In questo dies irae.
***
COME L’ODIO
Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,
come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata
e come quello che sale e sfiata
da oscure melme e ascose penitenze
e colpisce il giogo di tempi e tormenti,
asseconda vicende di serpi e di serti,
come l’odio giallo del sole-pungiglione,
così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide
il tuo sformato amore scostante e violento,
che canta burroni e scortica visioni,
così mi schiude e mi sbuccia
con coltelli dai denti d’aurora
che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,
così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,
dipanandomi pian piano inerte,
dislocandomi di stazione in stazione
esule dal mondo e dalle cose,
fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente
dietro le sbarre di chi non ha più niente.
***
NOTTI ESTRANEE
L’auto mastica invano la strada
dove i gatti si disossano molli,
guanti riversi.
Vagabondando infausti
infiliamo rossori
ci impigliamo nelle gonne nere
come ragnatele
ci prodighiamo in volti di plexiglas
trastulliamo la guarigione.
La notte intanto tiranneggia, atroce.
Le stelle sono ora
le squillo più ambite.
Viziamoci soffici, mio puledro,
e dondoliamoci.
***
A SOLO
E così vai solo
coniugando per difetto
le litanie che il tempo
ti smemora labili
e che il rossore delle carni
ti assegna immancabilmente;
vai solo affilando
utopie seriali, panoplie da
accasciati carnevali.
Calmati, perché tanto
sub tegmine fagi
non ci sarà rumore
né pastura al dolore
le foglie tremoleranno imberbi,
le grinfie misureranno
gli occhi di queste notti
in cui se Venere vuoi disturbare
c’è mela e mela
frontiera e frontiera.
Non piangere: tanto
sub tegmine fagi
non é per te carezza di brezza.
***
IN MEMORIAM
Rabberciando trampoli:
rabbrividita mi protergo
amara luce, spaziando
per quest’erta dove giacciono
parole a rilevarsi ossute,
dove non esistono spiragli compagni
né querelarsi varia la memoria.
La storia è storia:
di folle c’era l’antefatto
(il grillo parlante sfornava sentenze).
Di scompensato ancora si ode
il celebrare minestre su finestre.
Per la radice tua
silenziosissima preghiera scioglierò
e perché tu possa raschiare
molliche dalla crosta d’ogni pane.
***
Avevo voglia, stasera,
di far tremare la primavera
-io, sul ponte del nulla,
masticata dal vento,
ingiallita da elettrici barlumi-
avevo voglia di graffiarmi addosso
di recitarmi fino all’osso
-corre di traverso l’onda sozza
della notte facile e leggera-.
Ma canta l’ago
e mi presta il suo fragore
m’oscilla addosso scatenando
terree brine sulle terre di confine.
Stasera, il firmamento
m’è bestia silenziosa,
infido si protende
smascherando stelle
come toppe e bende.
Piena, in questa oblunga notte
sono, di passerelle.
***
Devi fuggire sulle ali del jazz
ed io veramente su quelle sono fuggita
non c’ero più, salivo, salivo,
il vuoto alleggeriva le giunture
ero finalmente la gazzella del vento,
o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere
esce smunta, circuisce un po’ la luce
e se va più su oltre il midollo
che la spinge lontano dalle mani
e dai diari, lontano dal tempo
che lampeggia fiacco e sfiora
solo cose che dobbiamo perdere.
Devi fuggire sulle ali del jazz,
allungare il passo e andare oltre
più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,
oltre la soglia che non ha memoria,
defluire dall’oscurità e risvegliarti
limpido e leggero sull’onda
che rinnova e riconsola.
"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".
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BRUNO BARTOLETTI
testi tratti da
"IL TEMPO DELL'ATTESA"
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Io fui. Già il tempo quieta l’acqua
sul non cresciuto porto dell’infanzia
caligine avanzata sulla proda dove il vento
forte mulina remore e ricordi
sotto la torre vigile dell’ora
ombra tra ombre disseccate al suolo
fui quell’istante esile nel soffio
che sulle smorte sillabe rimuore
quando nel vespro cadono le stelle
fui solo l’apparenza una domanda
pagina bianca inutile sospesa una promessa
per completare il tempo dell’attesa.
***
La gora rimescola i giorni
sospesi a una pendola bianca
tra occhi di melograno,
fessure tagliate di luce,
si screpola il gesto nel lento
naufragio dell’ora.
Mi slena il silenzio dei monti
cucito a memoria negli occhi,
l’immagine nera di un treno
che screpola l’ombra del tempo.
Si sveste la sera le mani di seta,
nel soffio rimemora il vento d’aprile,
sui campi profumi di stoppie.
Attesa lunare distesa sul fiume
che inonda silenti bambini
in attesa, profili di donne
supine nell’ultima luce.
***
Non lasciarmi parola
sopra aride spoglie
ramo inutile e vuoto
non fuggire oltre i deserti del fuoco
tra le lande pietrose della negazione
o nella palude dell’indifferenza
(il giorno batte le sue ruote
e la sera affonda
nell’implacabile violenza degli astri)
non recidere la radice
che ancora mi trattiene
nella lacerazione
di oscuri cunicoli
per risalire a vie chiare
nella contemplazione
della mia della tua sofferenza
nel fuoco o nel tormento
della tua significazione
(schegge di luce sferzano l’alba
e il sole trabocca
nell’incerta reliquia del giorno)
non vuota non sola
ma limpida
acqua di pura sorgente
al silenzio
alle nevi perenne
ritorna
non disabitata
all’essenza suprema
***
Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba
e ginestre, dove solo intagli di memorie
trafiggono il cerchio di luce che fugge
all'orizzonte, qui dove siedo memore
di spazi mai posseduti, con queste mani
aperte che bevono un tramonto di pensieri,
con questo cuore impaurito di preghiere,
qui dove stride solitario un corvo sopra
spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra
nera del fiume. Esule pensiero di memorie
trafuga questo istante nello sbadiglio pallido
del sole che si insacca. Qui sono nato,
o forse mai. Nasce chi cresce nella sua
terra e vive e poi vi muore. Io no.
Mi portò esule il vento per ragnatele
di strade, dove già tanto era fermarsi
un poco per sostare, eterno forestiero
ad esplorare palpiti vivi nelle rughe
del pensiero, viandante sopra lidi
di emozioni solo sfiorate con gli occhi
addormentati a raccontare storie
sepolte seminate nel vento.
Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,
la quercia secolare con le grosse radici
che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento
nel vuoto che risale.
Sprofonda la badia il suo silenzio.
Tace e un tormento sale dal profondo,
esule ancora, dalle membra stanche.
Per chi non ebbe soglie da varcare,
sconosciuto viandante, il tuo riposo
è solo là dove vedesti il sole che non
ricordi, o spiagge che non toccasti.
La marea porta sempre alla deriva
e ciò che resta è solo la memoria.
Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.
***
Mi dilaga nell’animo la selva
dei pensieri tra spigoli di mura
di questo borgo chiuso al suo silenzio.
Il freddo non dà tregua, taglia la macchia
brulla, scopre la montagna e scende
tra queste quattro case, screpola la pelle,
penetra. E oscure apparizioni lasciano
presagi incerti sulla selce ove gioca
un riflesso d’acqua e mutamenti.
Tempo che fu raccolgo dalle ceneri
del vento, grani di giorni uguali,
come uguale è questo sentimento
che preme come un lume sotterraneo
tra maceri di lacrime e di foglie.
Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,
di tenebre, di cose, oggetti sparsi
su una materia opaca, invisibile,
che il cuore non ravviva, muore.
Sono i piccoli specchi in cui si frangono
sembianze sconosciute, presagi
inafferrabili di cenere e di assenze,
è la parola oscura, senza voce,
eco perduta nella polvere e nel vento.
Il mio tormento è risorgere ogni istante,
tramutato, da queste oscure soglie,
è vivere e durare oltre quest’attimo.
"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.
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LINA SALVI
testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007
Abitare l’imperfetto
Affrontare la quarta fase
investire in ciò che siamo
non siamo, di verità avidi
sempre in bilico il sapere.
Bisogna sempre mentire al titolare
garbatamente dire,
infilare l’ago dolcemente nel punto
più dolente della gamba,
nascondere lo sdegno.
*
Mi spaventa il ritmo regolare
delle piante, le stagioni, sempre quelle
catena al collo
si potrebbe inventare, dire
di una sinistra variazione del tempo
qualcosa che sfugga suo malgrado
primitiva alla morte.
*
È uno strano movimento
del cervello, il girare a vuoto
nella sagoma di un coltello,
la solita infiammazione di un nervo,
un fuoco che pervade il cerebrale
lo stare della scrittura su una gamba
sola.
*
Resto comunque aggrappata
alla vastità di una pianura, al mare
d’oriente, a quel bacio inesplorato,
ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto
ci sarà dato, al secondo giro di vento,
al cenno sovrano del bicchiere.
*
La messa è finita
raccogli dunque il tuo pane
l’epifania del lago, i battelli
battezzati, un nome solo
a memoria.
La parola non è che
un corpo innaturale
pelle avida di sale.
*
Spingersi oltre questa sera
per netta conseguenza
dentro a un film
in uno spostamento d’aria di vuoto,
che ognuno porta con sé.
Conosco il male, ciò che hai lasciato
la necessaria violenza del sale
quel freddo che restringe
in un appello nominale, le arterie.
Socialità
La lettera giunse in dicembre.
La lettera parlava chiaro: non avevo
scelta dovevo partire, accettai contro
il parere di mia madre. La nostalgia
mi costringeva a lunghe telefonate
a faticosi viaggi, interrotti da turni
di lavoro, incomprensioni di colleghi
che dei meridionali non ne parlavano
mai bene, lei non mi salutò mai
con un bacio, con una carezza.
Desiderava che accettassi
l’aiuto di un parente o che tornassi a casa
il ragù che ribolliva sui fornelli
potesse amalgamare non solo la pasta!
L’ordine del giorno scivolava
apparentemente su argomenti più frivoli,
ero fidanzata, non ero fidanzata,
pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo
della mia schiena, della sua cicatrice.
Alle sue domande reagivo come se non avessi
ascoltato, come se si fossero d’un tratto
interrotti i fili della comunicazione,
come se l’esistenza di un bisogno
mi procurasse un’emozione
dalla quale era meglio stare alla larga.
Riprendevo vigore, scatto assumevo
un’espressione inflessibile e statuaria, io
che senza una barra metallica conficcata
nella schiena non ero nemmeno in grado
di governare il capo.
***
Il nuovo colpo di grazia lo dovevo
alla nascita di un partito.
I miei connotati furono sfruttati
per stabilire nuove minoranze, diversità .
si parlò di federalismo, secessione, di come
saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,
nelle nostre case, di come le nostre stereotipate
valigie di cartone si fossero dissolte al di là
del Po, nell’inevitabile scenario di
miseria, di sporcizia delle nostre città.
***
Il primario entrava da un ingresso
secondario, osservava la schiena
prescriveva radiografie, avanti
il prossimo paziente. Immaginai
solo la catastrofe. Erri mi lasciò.
Povero, non gli riusciva di vedermi
in quello stato! Il viso deformato
dalla mentoniera, le gambe rigonfie
dalla caviglia all’inguine
un corpo impossibile da esplorare
causa le sue forme, non perfette.
Non mi guardavo allo specchio
non mi piacevo.
Nel nuovo quartiere fui nota
con un appellativo, una sillaba
che nell’uso dialettale
valeva come sinonimo di diversa.
La pronuncia, dapprima labile
a mano a mano che la parola
prendeva corpo diventava più acuta
nel tono. Quell’insieme letterale,
apparentemente innocuo e privo
di significato, produceva su di me
lo stesso effetto del magma, dell’infuocata
massa terrestre di cenere e lapilli
che, sgorgata dal ceppo del cratere,
raggiunge valle portando dietro sé
fiumi,germogli,case.
"Nella parola piscina/ righeboe allunghe", scrive Alberto Mori nella lirica Il libro natante, qui proposta assieme ad altre variazioni sul tema con oggetto il volume, luogo di raccolta di parole e di mondi. Mi è sembrata suggestiva questa idea della parola come piscina, serbatoio fluido, mutevole, in grado di accogliere corpi fisici e pensieri, sogni, giravolte più o meno armoniche, e, di riflesso, forse proprio in virtù di questa effimera inconsistenza, qualche nuvola di passaggio dalla forma più che mai sfuggente e riflessi di luce, cangianti. Le varie immagini del libro rese metafora da Mori mi sembra che siano recipienti interessanti, vari, traboccanti di immaginazione, ma anche di ironia, di sorpresa, appassionata, di fronte alle varietà dell'ente parola, ora rigida e inaffondabile, ora soffice, in grado di andare sotto la superficie per un istante in cui il verso coglie il mistero del senso, o lo evoca, in una capriola, leggera, vitale, tenace, in grado di dare scopo al gioco tramite il gioco stesso: "Sul/ Proscenio Bianco/ Dissolvenza/ Incontro/ E/ Dunque/ Il punto/ Alla Levità/ Sospinto". I.M.
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ALBERTO MORI
testi inediti
* * *
Il libro natante
Intanto
corpi scivolanti
dalla soluzione dell'immagine.
Così
nella parola piscina
righeboe allunghe
durante nuoto in corsia.
Crawl improvvisi.
Braccia vocali ritte.
A dorso pagina
acqua addentratata
nel margine di lettura.
Poi
riemersione
a farfalla dell’occhio
verso lo stile libero dalla forma.
Alzando
Un poco
La copertina
Per quei
Gradi definiti
Dalle dita
Schiudendo
La controcopertina
Vedendo
Lo sfondo
Neutro
Al retro
Tornando
Ai corsivi
Scorrenti
Nel rettangolo biografico
La richiusa
Veloce planatura
Sulla pagina
Introduttiva
* * *
Il libro rinato
>Accade<
Attraverso
La cenere
Nei
Soffi Lineari
Sul
Proscenio Bianco
Dissolvenza
Incontro
E
Dunque
Il punto
Alla Levità
Sospinto
> Accade <
11.35
torna all’aria
in fiati clarini
note nubi
strati variati
soli spartiti
* * *
Il libro rivisto
Inizia
entra nella parola
dal bordo
percorrendo
il tratto
che va
in avanti
e
oltre
appare
e tu sai
avanzando
con la mano
spostare l’occhio
accanto
dove
questa parola
scomparendo
rivede
Contiene un'esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d'animo all'analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E' una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa "età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore", e quanto sia crudo questo "inesorabile tempo presente/ senza suono e senza terra". Ma il suono, un'aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre "amore di lupa che irretisce/ il doppio di me riflesso ai miraggi". Con nitidezza, ma non senza cuore e coinvolgimento, l'autore ci indica il luogo del non-dialogo, l'abisso avido di "quel dove che coltiveremo,/ killer e mandatari di noi stessi". Una poesia mai banale e scontata, quella di Servetti, da leggere apprezzando gli echi armonici, ben bilanciati, sul piano del linguaggio, e, simultaneo controcanto, la stringente attualità dei toni e dei contenuti. I.M.
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MIRKO SERVETTI
Indefinito Canone
Eppure con l'età delle parole
mutile di luce e superflue al cuore,
supponevo le strade come reali
quando gli odori delle trattorie
stemperavano note di mandòla
e il pane stava avvolto nei lunari
di tanti cieli prima. Della Russia
da lavoro il nonno ne riportava
fatiche su meraviglie e la strada,
questa strada che mai si realizzava
dove la polvere nulla poteva
contro le bacche più rosse dei fiumi,
me la figuravo senza guardare
quel reale che potevo vedere
solamente alla luna di febbraio,
il mese in cui nei campi fa silenzio
anche il giorno e le notti sono immense
e recinte da macchie d’erba medica.
Dunque le mareggiate senza vento,
rare come una sorsata di pioggia
pure se i tuoni promettono imprese
affatturanti e si cerchi riparo
col consueto travaglio d’ogni fine
licenza. Ma l’annunciato furore
non è che una città di mezzo agosto,
inesorabile tempo presente
senza suono e senza terra ma lacrime
tramate dalle stelle, poiché il canto
sciolto in freddi rivoli non insinua
incontri di regolare scadenza.
E il cemento d’alta stagione, unito
ai candelieri della bassa riva,
spegne i contorni dei sigilli impressi
al sentore d’ogni nuovo equinozio.
Nel pieno delle tempeste lunari
ogni terra mi discorre di te,
quando al mezzo della notte fragranze
d’aria scolpiscono effigi di sale
e tergiversano i proemi del cuore;
così dissimuli il tempo allo specchio,
ora indossando la foggia invernale
sui cigli delle strade, ora schiudendo
con apprensione i cassetti tarlati
dei ricordi che avevi conservati
tra le calze di seta e un sillabario
in un mattino che sfidava il sonno
nonostante le fradice percosse
del vento. Grande è infine la riserva
marina che si estingue in squarci, nero
il tuo amore di lupa che irretisce
il doppio di me riflesso ai miraggi.
Dove quel dove che coltiveremo,
killer e mandatari di noi stessi…
Sequenza mobile
L’Occidente, al principio della fine,
si chiude nelle stanze circolari
che ti alloggiarono, bruna e febbrile
in un corpo che Dio non può sapere.
Il mito latino mi deglutisce
e mi disperde ai margini di te,
come un grumo di terra che si bagna
all’ annunciare delle fioriture.
La prosa di Lucetta Frisa, con il materiale ampio e vario di citazioni, rimandi, collegamenti intertestuali, pone il lettore di fronte ad una domanda il cui senso è nell'atto stesso dell'interrogarsi, nell'esplorazione tenace di un dubbio fondamentale. L'acuto, brioso, teso, sorprendente racconto che propongo qui di seguito, ne è un chiaro esempio: partendo da una vicenda reale (riassunta nella nota fatta precedere al testo), seppure ai confini del credibile e dell'immaginazione, l'autrice ne esplora i sensi e controsensi, le verità e le menzogne, percorrendo quella sottile linea di confine che unisce e separa l'assurdo dal sensato, la lievità libera dall'oppressione dei dati di fatto. La letteratura, evocata, creata, rimodellata, venerata e modificata, diventa un mezzo privilegiato per provare a sondare la terra di nessuno, quella zona priva di indicazioni e segnalazioni esatte, quella in cui dimora il senso ulteriore del viaggio, la direzione, se non la meta del cammino. Sempre senza pontificare, con una prosa lieve e ironica, sempre capace di unire la sostanza con un ritmo accattivante, Lucetta Frisa continua a portare con sé, nelle sue escursioni sui terreni della narrativa, i bagagli di una vasta cultura ma anche gli abiti lievi, da turista disposta a prendere atto delle sorprese e delle meraviglie del mondo e della parola, sperando costantemente nell'attimo in cui le due dimensioni si sovrappongono in un istante, prezioso, di bellezza. I.M.
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CENDRILLON
racconto di Lucetta Frisa
N.d.a:
Nell’anno 1697 si scoprì un delitto compiuto da Pierre Perrault Darmancour, figlio di Charles Perrault, nella persona di un giovane sconosciuto. Ne seguì un processo. Per ottenere la protezione della corte durante il processo, il padre avrebbe pubblicato, con il nome del figlio Pierre Perrault Darmancour, il volume di racconti intitolato Histoires ou comtes du temps passé avec des moralités, dedicandolo a Mademoiselle, la nipote di Luigi XIV. Pierre venne graziato. Tre anni dopo, partì per la guerra dove perse la vita. Le favole di Charles, con il titolo Les comtes de ma mère l’oye sopravvivono fino ai nostri giorni. Il guitto napolitain che avrebbe tradotto in francese il capolavoro di G.B.Basile, è vissuto solo nella mia immaginazione.
Parigi: luglio 1697, notte alta.
Nel salotto non filtra una bava d’aria. L’atmosfera è afosa e cupa : due scrittoi, uno ordinato, l’altro invaso dai fogli. Brocche d’acqua. Candelieri accesi.
Qualcuno bussa.
È il valletto che, mezzo addormentato, annuncia:
- Monsieur, il viaggiatore che attendevate è qui.
- Entrez!
Monsieur tiene in mano un mouchoir di pizzo chantilly per detergersi le perle di sudore che colano giù dalle tempie strette e sventagliarsi un po’.
Il viaggiatore, avvolto in un mantello nero pece, fa il suo ingresso silenzioso e felpato. Respiro ansante, alito non aristocratico. E’ senza parrucca, i capelli folti e nerissimi, sono incollati al cranio. Cinque giorni di viaggio da Avignon e neppure una sosta.
No, non bisogna aver pietà per quelle ossa maltrattate dalla corsa su carrozze scomode e arrugginite con cavalli moribondi: nessuna pietà per il sonno arretrato e quel sudoraccio puzzolente. Monsieur ha fretta. Non si alza come imporrebbe il dovere dell’ospite. Dice solo, indicando col lungo mignolo un’ombra smilza, alla sua destra, china sullo scrittoio affollato di carte:
- Questo è mio figlio Pierre Perrault Darmancour, che prenderà qualche appunto. E laggiù - il lungo mignolo devia di pochi millimetri dalla traiettoria - c’è dell’acqua, se volete.
L’uomo si toglie il mantello. Altra puzza, più intensa e diffusa, stavolta. Fa circolare per la stanza uno sguardo nerissimo come tutto il resto. Si versa rumorosamente da bere, mentre Pierre Darmancour tossisce, si accomoda meglio sulla seggiola, comincia a intingere la penna d’oca che ha un lieve soprassalto entrando nell’ampolla dell’inchiostro.
Rimangono in attesa, la penna, l’inchiostro, il foglio e Pierre Darmancour, il cui volto è abitualmente pallido ma ora è addirittura cadaverico sotto la luce delle candele.
Lo sconosciuto si abbatte nel fauteuil con uno schianto. Fruga dentro un involto che nasconde sotto il mantello, ne estrae con cura un libro vecchio, di media grandezza, rilegato in pelle da poco prezzo. Lo posa con delicatezza sul palmo della mano sinistra e mentre la luce del candeliere gli serpeggia sul volto che Monsieur giudica intollerabilmente vulgaire per la carnosità delle labbra e lo spessore allargato del
naso, lo apre con solennità. Poi solleva la mano destra come a dirigere un ensemble di viole e violoncelli, fa un sospiro in tre tempi e con tono basso ma vibrante, inizia:
LO CUNTO de LI CUNTI ovvero LO TRATTENIMENTO de PECCERILLI di Gian Alessio Abbatutis, detto GiovanBattista Basile, in Napoli 1634, Jornata Prima.
- Un momento, - interrompe Monsieur, tirandosi i baffi aguzzi come vibrisse - mi assicurate che l’autore è morto da trentacinque anni?
- Uì, Messiè - risponde il napoletano.
- E che l’opera omnia è postuma?
- La sorella Adriana la fece pubblicare due anni dopo la sua morte. Ma mezzo sconosciuta è rimasta. Parola mia, Vossia…pardon, Messiè.
- Mi assicurate che siete l’unico su questa terra a possedere l’unica copia rimasta dell’opera?
- Uì, Messiè, parola mia. Avete avuto le giuste informazioni.
- Et vous, com’è che sapete il francese? - chiede infine Monsieur Charles Perrault con malagrazia, al termine dell’interrogatorio, con lo stesso tono indagatorio e diffidente.
Neppure lui si ricorda con precisione il nome e l’aspetto di chi gli ha confidato nella massima segretezza e dietro un sostanzioso compenso, come un certo Giovan Battista Basile, vissuto in Italia presso le piccole corti della Campania, avesse scritto comtes très intéressants. Racconti ascoltati dal popolo e in seguito trascritti, rinventati, arricchiti di particolari, per divertire i suoi signori, ma…hélas! En langue napolitaine.
Aveva messo in atto una serie di strategie, con informatori e spie, che si depistavano l’uno con l’altro, ingarbugliavano le notizie, fino a giungere all’uomo chiave: un ignoto guitto napoletano, figlio illegittimo e rinnegato di un nobile decaduto, ma buon amante delle parole, sia parlate che scritte. Su un carro di Tespi si era allontanato da Napoli, salendo per tutta l’Italia, portandosi dietro altri girovaghi, rimaneggiando vecchie commedie a uso e consumo dei suoi attori e di un pubblico sempre diverso. E girando e rigirando per le piazze italiane era arrivato fino in Provenza dove attori, teatro e girovaghi stanno di casa, vi aveva fatto fortuna e imparato il francese. Un guitto napoletano che possedeva il libro originale di Basile e vi attingeva per tirar giù canovacci alla buona.
Questo gli conferma adesso il napolitain in persona che continua ad asciugarsi fiumi di sudore davanti a lui con un orrendo foulard sbrindellato storpiando la sua bella lingua francese fino a farlo imbestialire.
- Provate a leggermi qualche pagina di Monsieur Abbatutis - ordina Monsieur Perrault e si assesta più comodamente nel suo fauteuil.
- Antonio di Marigliano ped essere l’arcifanfarode de catammare cacciato dalla mamma, se mese a li servizie de n’uerco…
- Comment? - interrompe la voce stridula di Pierre Darmancour Perrault, finora muto come un sepolcro, ma con la penna sempre in aria intinta e rintinta tante volte nel calamaio senza avere scritto una sola parola.
- Traduco subito, Messiè, statevi bbuono…- dice il napolitain fermando in aria quella sua mano così volatile che accompagna le volute barocche del racconto.
- Antonio di Maragliano, cacciato dalla mamma perché è il capintesta degli scemi, si mise al servizio di un orco…
Perrault si tira le vibrisse in segno di soddisfazione, mentre quel traduttore-traditore legge infervorato, addentrandosi nei sapori della lingua del Basile e traducendola con una certa maestrìa in un francese accettabile. Di tanto in tanto emette un Ah, bon, sorride e ride malgré soi, perché già si immagina il suo successo, proporzionale al divertimento di Mademoiselle e di tutta la corte riunita a cerchio attorno a lui che di sera, avrebbe letto a voce alta quelle favole.
Anche Pierre ha deposto la penna inutilizzata, se ne sta con le orecchie tese, a braccia conserte, più cadaverico che mai.
Poi Monsieur smette di divertirsi e comincia a pensare. Una domanda gli guasta la festa, gli trapana il cervello.
Come essere sicuri che questo incontro segreto rimanga tale?
D’accordo, Napoli è lontana e l’unica copia de LO CUNTO de LI CUNTI è lì, nelle mani del presente guitto napolitain che si agita come solo i meridionali italiani sanno fare. Ma… già si è saputo che lui, Charles Perrault, Accademico di Francia, ha attinto qua e là, per le sue fiabe, da LE PIACEVOLI NOTTI de Lo Straparola, in una traduzione francese…Ma adesso, Parbleu, nulla deve trapelare di questa visita notturna, di questo attore-traditore che ha portato qui, fino in casa sua, il libro tanto straordinario di Monsieur Abbatutis, vulgo Basile. Che opinione si farebbe la Francia e il mondo intero, di un accademico di Louis XIV che scopiazza le sue fiabe da un ignoto écrivain napolitain?
- Bon, - taglia corto Monsieur - Voi mi dovete tradurre questo libro. Anzi, mi hanno parlato di ben cinque volumi, se non erro. Donc, il tempo stringe, l’estate è al suo culmine e io ho fretta di pubblicare. Quando tutto il lavoro sarà finito, sceglierò quelle trame e quei particolari che più mi piacciono. Sarete pagato bene per questo servizio. Ma sarete pagato di più per il silenzio. Nessuno, mai, dovrà sapere del nostro incontro di questa notte.
- D’accordo, Messiè.
- E voi dovrete togliere dal vostro repertorio le commedie che si ispirano a quelle di Basile. Sarete pagato ancora molto di più per questo. Ma guai a tradirmi. Ho le mie spie.
- D’accordo, Messiè.
- Sarete alloggiato a casa mia. Avrete ogni conforto: vitto abbondante, abiti decenti, una sgualdrina per i vostri bassi piaceri. Lei non parlerà, è muta, né potrà scrivere, è analfabeta. Ma, ripeto, nessuno, al di fuori di me e di mio figlio- e di quella sgualdrina - dovrà sapere del vostro soggiorno qui. Detterete a voce la traduzione dal napoletano in francese, direttamente al qui presente Pierre Darmancour, mio figlio, che la trascriverà in bella copia. Avez-vous compris?
- Uì, Messiè ai vostri ordini, Messiè …Però adesso, vi prego di ascoltarmi - fa l’attore, con un tono quasi perentorio, e i suoi occhi si accendono di una luce
luciferina - Questa storia dovrebbe piacervi in modo particolare. Si intitola:
Il Sesto passatempo della prima giornata ovvero la Gatta Cenerentola.
Già dalle prime battute Monsieur è rapito, il mouchoir di pizzo di chantilly si è bloccato a mezz’aria, il respiro pure. Solo le vibrisse tremano.
Una notte di luglio a Parigi, nel 1697, Zezolla comincia lentamente a trasformarsi in CENDRILLON che lascia la sua vecchia casa napoletana e corre al ballo di un principe francese. Chi già la sta immaginando in questo modo, fa cenno con il mignolo a un’ombra smilza di avvicinarsi. L’ombra si avvicina, Perrault padre accosta le labbra all’orecchio dello spettro- figlio e bisbiglia:
- Bisogna bruciare il libro appena tradotto. Mai visto, letto, ascoltato.
- Oui, monsieur le père.- risponde lo spettro con un altro bisbiglio.
Poi lo spettro indica col mento aguzzo il lettore-traduttore-traditore napolitain che, leggendo appassionatamente, non si è accorto di quegli spostamenti in platea, né tantomeno dell’espressione complice e perversa di due paia d’occhi che lo fissano, e aggiunge, con un sibilo ancora più impercettibile:
-E di lui, che cosa ne faremo?
giovedì 2 aprile 2009, ore 18
sarà ospite
Curve di livello, MARSILIO editore, collana Elleffe- Lingue di poesia
di
Letture dell’autrice - Interventi di Elisabetta Liguori e Bianca Madeccia
Al violoncello Antonio Cavallo, all’arpa Carmela Cataldo
“Chiudiamo il libro avendo attraversato la densità di un'esperienza certamente adulta, pagine nelle quali si assume su di sé il tempo e il suo portato di scenari con energia e leggerezza e che hanno dietro l'eco della grande poesia, da Leopardi a Saffo al già citato Rilke.” ( Maria Grazia Calandrone, “La Mosca di Milano” )
Città di Castrovillari-Pollino , Violetta di Soragna, finalista ai Premi Lerici Pea e Pascoli.
Testi in voce su : http://oboesommerso.splinder.com/tag/progetto+lettura+55+aferramosca