DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
sabato, 27 giugno 2009

FARSI ALTRO - silloge di Alessandra Paganardi

 Poeta recentemente vincitrice del Premio "Astrolabio", presieduto da Valeria Serofilli e della cui giuria faccio parte anch'io, avendo l'opportunità di leggere alcuni autori validi e originali, Alessandra Paganardi, di cui sono lieto di presentare qui alcuni testi, autrice coerente nella ricerca di un linguaggio personale, in grado di rifuggire sia dalla retorica sia da asfittici minimalismi, mi ha inviato per Dedalus una sua silloge inedita, che lei stessa ha definito, trovandomi d'accordo, "fresca". E' fresca non solo perché è stata composta da poco, ma anche per il senso di genuinità e autenticità che riesce a comunicare. Il titolo della silloge, in fieri, è "Farsi altro", e lo spunto iniziale, la goccia che mette in moto il flusso delle parole, è la riflessione sulla bellissima, sconvolgente cava tuttora in esercizio sul monte Pisanino, dalle parti di Marina di Massa, visitata nelle vacanze pasquali dalla Paganardi con la sua famiglia. La cava, come specifica la stessa autrice in una lettera allegata ai testi, "è una presenza costante nel [suo] immaginario; ma, partendo da questo luogo fisico che inevitabilmente entra nella geografia del pensiero e del sentire, la composizione dei testi deraglia verso varie forme del divenire, quasi fossero tutte figure della permanenza nello sparire: dalla trasformazione di una banale conchiglia in perla, ai passaggi di stato dall'alba alla notte, all'incompiuto per eccellenza della Pietà di Michelangelo, che è quasi una volontà di fermare il divenire nel tempo". Riportata questa bella e nitida descrizione della Paganardi sulla genesi della scrittura di questi testi, a me non resta che invitare alla lettura di questi versi di cui personalmente apprezzo, lo confermo, la cadenza ed il tono, capace di conciliare la solennità profonda di alcuni momenti di umana rivelazione con la lievità di chi è ben conscio della fatale inconsistenza dell'essere (qualcuno avrebbe detto "leggerezza): la coscienza, ben descritta in questi versi, che "Ci siamo messi in fila anche noi/ rocce cave per il tempo che attende/ di tagliare i ricordi, di spostarli/ via dalla mente in blocco, uno su uno". Ma proprio questa consapevolezza, paradossalmente forse, ma neppure troppo, porta anche a cercare con gli occhi e con il cuore attimi di senso e di lucida meraviglia, quella vitale madreperla "nutrita dal niente di un grumo/ [che] l’ha trasformata in una goccia rotonda/ di bellezza, una minuscola luna". I.M.

-------------------------------------------------------------------------

                              ALESSANDRA PAGANARDI

 

  

 

                                                    FARSI  ALTRO

   

                                          silloge inedita

 

 

  

LA CAVA

 

 

E’ duro il salto, come questo marmo.

Bisogna flettere il calcagno freddo

alla salita, rendere le suole

alla polvere che si fa più scura

nel passo. Appiattire il respiro

alla pietra. Poi l’ultima stanza -

quell’orecchio di Dioniso svuotato

nel venerdì di Pasqua, dadi immensi

allineati come case a schiera.

 

Non sarà mai acqua

il fiume - è un rumore la voce

impigliata tra fango e sassi.

 

Ci siamo messi in fila anche noi -

rocce cave per il tempo che attende

di tagliare i ricordi, di spostarli

via dalla mente in blocco, uno su uno.

 

E tutto ricomincia a farsi altro.

 

 

 

 ***

 

 

  

 

 

PARATESTO

 

 

Scrivo, ma non mi sento fra le mani

l’inafferrabile. Scrivo che neppure

un sasso è saldo ed è sicuro nella

sua forma, che soltanto

la traccia è vera ma non è invisibile -

è lì nascosta. Un solco

che si gonfia di terra sempre nuova

una crepa che chiama sotto i piedi -

come grattare il muro per trovare

un ritratto, e ancor più sotto un camposanto

antico. Scrivo che anche il tempo

diventa mite se lo lasci sfogare

la sua voglia di uccidere ogni cosa -

triste come un tiranno senza sudditi.

 

 

 ***

 

 

 

    RIVIERA

 

 

 

E ritornare là dove ogni cosa

infine si fa notte:

la voce di un concerto non finito

come neppure il vento più sa fare.

 

 

Qualcosa sembra arrendersi da sempre,

qualcosa ha rinunciato ad aspettare

come la spiaggia a novembre -

l’orologio che batte sul profumo

del primo pane, solo per sentire

che non è stata inutile la sera.

 

 

*** 

 

 

    

 

GENEALOGIA

 

 

Sembra una foto d’epoca ingiallita

la madreperla che accoglie la luce

nelle sue valve scure senza storia.

 

 

L’ha nutrita dal niente di un grumo

l’ha trasformata in una goccia rotonda

di bellezza, una minuscola luna.

***

 

  

PIETA’ RONDANINI

 

 

E’ lotta oppure amore

questo tuffarsi in due senza misura

nel verso della notte

l’affondo sghembo di un corpo che crolla

in un abbraccio inutile di madre

 

Il compasso sul foglio ha perso l’ago

prosegue la sua corsa all’infinito

nella retta di un gesto -

e non si sa chi muore.

***

 

 

  

ULTRASUONO

 

Poi tornerà anche il gufo

questo bambino imbronciato che vola

col suo fischietto né acuto né grave -

un ultrasuono di polvere.

 

Passerà solo come un’isola

stregata, canterà l’ora di tutti

più forte di un poeta.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:19 | link | commenti | commenti
categorie: inediti, alessandra paganardi
mercoledì, 17 giugno 2009

FRANCO BUFFONI : anticipazioni da "Roma", Guanda

E' un luogo ineludibile, Roma; fisico, spirituale, politico, concreto, onirico: paesone ciociaro, smaccatamente e sbracatamente innocuo ed apatico, in apparenza, e, un passo oltre, un grido e un tombino più in là, metropoli pluristratificata, sottilmente mefistofelica, come il sorriso del senatore a vita per antonomasia, quello che continua a ghignare di noi, dei destini che ha orientato e rubato, tra una messa alle sei di mattina ed un incontro col malaffare, con o senza bacio. Ma tant'è. Roma è tutto questo; è un'idea, un ricordo presente e futuro, qualcosa con cui sia chi la ama che chi la odia deve fare i conti. Ignorarla non è possibile: la presunta indifferenza è in realtà una scelta di campo. Un poeta come Franco Buffoni, attento a tutto ciò che di per sé assume un valore metaforico, in grado di gettare luce sul senso delle cose, e sulla sfida di fondo, quella tra l'umanità e il suo contrario, tra l'autenticità dell'essere e, sul fronte opposto, ciò che la nega e prova ad annichilirla, sia essa la guerra, o l'indifferenza, o l'offesa cieca e ottusa contro forme ed esistenze libere nel corpo e nel pensiero, si trova così a scrivere un libro dedicato a Roma, di prossima pubblicazione con Guanda, di cui propongo qui due anticipazioni, significative, scelte dallo stesso autore. Lo sguardo di Buffoni sulla città eterna è attento e accurato, tagliente e lieve, ironico senza rinunciare allo scavo, anche nel senso letterale del termine, la volontà di sondare ciò che si cela sotto la superficie, delle cose, degli splendori e delle macerie, nel cunicolo fascinoso e intrigante fatto di parole dette e alluse, nomi che hanno lasciato una traccia nella Storia o hanno comunque inciso qualcosa di sé sulle mura della morte e della vita. Il tocco finale, acrobazia ben riuscita, in grado di mettere in contatto senso e non senso, presente e passato, sacralità e quotidianità, unisce la Domus Aurea con lo Stadio Delle Alpi, oggi Olimpico, e pone in parallelo, tramite il sorriso della poesia, la disperata e libera frenesia di un antenato di Pasolini con le finte e i dribbling di Del Piero. Una poesia, quella di Franco Buffoni, che concilia lievità e profondità, evocando quella mitologia del quotidiano, che, passo dopo passo, ci accompagna in quel "passaggio sotterraneo che conduce/ al santuario di Vesta" e a "questo selciato composto/ di basoli in pietra calcarea", da cui si vede, come in uno specchio, la grandezza e la limitatezza umana, e, al di sopra e all'interno di tutto, una solare, tenace forza vitale. I.M.

    --------------------------------------------------------------------------------

 

                                     Franco Buffoni

 

                                   ROMA

 

 

                                                 I

 

Com’era il mondo dove sbarcò Enea

Al di sotto del piano di campagna?

Rimosso lo strato di cenere compatta

Appaiono ambienti d’epoca ellenistica

Già nel 79 dopo Cristo abbandonati

Per precedenti terremoti e inondazioni…

Erano tante Rome disperse nei villaggi,

Varrone già lo scrive col tono del racconto:

Mons Capitolinus era chiamato un tempo

Il colle di Saturno, e cita Ennio

Come in una favola, sul colle

Saturnia era detta la città…

E presso Porta Mugonia al Palatino

Dalla casa dei Tarquini

Nel passaggio sotterraneo che conduce

Al santuario di Vesta

Scava ancora l’équipe per dimostrare

Come vuole il professore

Il legame tra i poteri:

Solo al re un diretto accesso era permesso

Al sacro fuoco.

Roma, roma che ci scherzi ancora.

 

 

 

                                                 II

 

Da questo selciato composto

Di basoli in pietra calcarea

Si accedeva alla fortezza con funzioni di culto

E rifugio in caso di guerre. All’interno

Le tre nicchie con volte a botte per i sarcofagi.

Aveva diciott’anni Antonio Bosio

Nel 1593

Quando, entrato per un piccolo forame

Serpendo e col petto per terra,

Si ritrovò in santa Domitilla…

 

“Sodomito”, vergò un giovane collega

Sotto una volta della Domus Aurea

Accanto al nome Pinturicchio

Autografo, come la sua invidia.

Vi si calavano i giovani pittori

E poi strisciavano fino a quei colori

E rilievi con stucchi. Lavoravano

Per ore con poca luce e pane

Tra serpi civette barbagianni

E poi vergavano la firma.

Erano accesi i loro sguardi vigili

E sguaiati. Erano maschi.

 

“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato

Nel momento del massimo fulgore.

 

 

Note:

 

Il giovane maltese Antonio Bosio - autore di Roma sotterranea, uscito postumo nel 1632 – discese col suo maestro Pompeo Ugonio per la prima volta nelle catacombe di Domitilla il 10 dicembre1593.

 

L’Avvocato per antonomasia era Gianni Agnelli, proprietario della Fiat e della Juventus, squadra nella quale giocava e tuttora gioca Alessandro Del Piero.

 

 

 

Da ROMA, nuovo libro inedito di Franco Buffoni (uscita prevista: gennaio 2010, editore Guanda).

 

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 19:02 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: anticipazioni, inediti, 2010, guanda, franco buffoni
mercoledì, 10 giugno 2009

NEL SENSO DEL VERSO - testi di Valeria Serofilli

Dopo Elisabetta Baleani, propongo un'altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell'esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, "Nel senso del verso: nuovo volume". L'indicazione "nuovo volume", non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: "Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana ("Aut prodesse volunt aut delectare poëtae", v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. [...] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli "pseudo salotti saltimbanco", mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti". Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell'autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.

 -----------------------------------------------------------------------------

VALERIA SEROFILLI

testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO -

NUOVO VOLUME

Via di fuga nel dislessico

Sospesi tra l'attesa del peggio / quel tuo dire

"tanto deve finire" e "la spendo appieno

giacché non dura - per così dire -"

Ciclicità è rinascita / ma sfianca:

gemme continue germinano stress

e a ripetersi, l'indefinito / già sei fortunato

 

Ma quale fugace fuga e fuggitiva

si prescrive nel flusso che furtivo

ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo

consenzienti impacchi di mistero in attesa

d'incudini a recidere (il niente o il meno vero)

 

Astanti di tempi senza resa / miraggi

di lungometraggi in attesa

si continui a fugare quell'arresa

nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa

riscossa della più fervida rissa

di quell'arringa / terra promessa

 

letale plancton che alla sorte

germina misfatto, surimi per non dire granchio,

(cavia) caviale o più pregiato succedaneo

Sospensioni liquide di amplesso

siamo più o meno quel che ci è promesso

(o meglio concesso), ma la fine sussiste,

quanto prima e la sfida continua

nel dislessico.

 

***

 

Se casomai spronato

 

Se casomai spronato quel tanto / da

 dar luogo ad un rimorso che convenga

 ti spiegherei che esiste anche la selva

 ad inselvatichire le stanche membra

 

Se casomai servisse a qualche cosa

delucidarne il lucido sentiero, ti

spiegherei che quel che avverto è vero

e non son versi buttati alla rinfusa

 

Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono

quel tanto che mi faccia effetto

quel poco che mi sostenga l'affetto

e fintanto che ne sono degno

 

Se casomai l'eclisse fosse vento

cerco l'effetto fin quando non l'avverto

sfogo lo sdegno che più mi diverte

e mi sostengo in differito inganno

mentre tento / la sorte / e la ritento.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 18:53 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: editi, valeria serofilli, leonida edizioni, floriano romboli
sabato, 30 maggio 2009

VENTO ROSSO - poesie di Elisabetta Baleani

"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.

 

  --------------------------------------------------

 

ELISABETTA BALEANI

Poesie tratte da VENTO ROSSO

ediz. Simple, 2009

 

 

Sulle ginocchia della sera blatero

al vento le mie canzoni:

vecchie morìe, impacchi giallastri,

stupefatte gondole quasi a galla

non vi vorrei avvicinare

se non per commissione,

vi odio più della pelle che mi riempie

perché straripate

per diventare me, non avete

pietà nella staffetta,

né di quanto aguzzina

sia la vostra sosta

sulla mia bocca.

In risposta: che peritura

sia la mia salita.

Che non incappi

nel vostro condominio.

 

 

   

***

 

E’ tempo di sangue e di zanne,

sciolte croci navigano avvistandomi,

silenti fuochi si affliggono

iridescenti, io meno la sorte,

mi sveno volando,

mi svendo ambulando,

m’arrendo e nutro biancori e corazze.

Sterminatrice d’ossimori,

le lande dall’onda

rugginosa non accolgo più,

anzi quasi annego lontane,

così schiarite, estranee a

questa nitidezza orba di fiati,

a queste lame rosse di mattino

impuro. Non così. Non oltre.

Non con la luce.

 

 

 ***

 

   

RISVEGLI

 

S’allunga il giorno negro su di me

mio malgrado mi rivestirà

spariranno le finzioni della notte

la luce mi sfonderà.

Ora, l’alba è sfumata

su frantumi di bitumi,

il mattino mi scodella, schivo,

brandelli di mele corrugate

e la pancia del mondo

s’arrovella su tastiere

dove sarebbe fresco morire

prima di perdere la terra

agra, dove la parola è bestemmia

e il silenzio una risacca attonita.

Ego iucundissima sum

In questo dies irae.

 

 

 ***

 

 

COME L’ODIO

 

Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,

come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata

e come quello che sale e sfiata

da oscure melme e ascose penitenze

e colpisce il giogo di tempi e tormenti,

asseconda vicende di serpi e di serti,

come l’odio giallo del sole-pungiglione,

così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide

il tuo sformato amore scostante e violento,

che canta burroni e scortica visioni,

così mi schiude e mi sbuccia

con coltelli dai denti d’aurora

che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,

così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,

dipanandomi pian piano inerte,

dislocandomi di stazione in stazione

esule dal mondo e dalle cose,

fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente

dietro le sbarre di chi non ha più niente.

 

 

 

 ***

 

 

NOTTI ESTRANEE

 

L’auto mastica invano la strada

dove i gatti si disossano molli,

guanti riversi.

Vagabondando infausti

infiliamo rossori

ci impigliamo nelle gonne nere

come ragnatele

ci prodighiamo in volti di plexiglas

trastulliamo la guarigione.

La notte intanto tiranneggia, atroce.

Le stelle sono ora

le squillo più ambite.

 

Viziamoci soffici, mio puledro,

e dondoliamoci.

 

 ***

 

    

A SOLO

 

E così vai solo

coniugando per difetto

le litanie che il tempo

ti smemora labili

e che il rossore delle carni

ti assegna immancabilmente;

vai solo affilando

utopie seriali, panoplie da

accasciati carnevali.

Calmati, perché tanto

sub tegmine fagi

non ci sarà rumore

né pastura al dolore

le foglie tremoleranno imberbi,

le grinfie misureranno

gli occhi di queste notti

in cui se Venere vuoi disturbare

c’è mela e mela

frontiera e frontiera.

Non piangere: tanto

sub tegmine fagi

non é per te carezza di brezza.

 

 

 ***

 

   

IN MEMORIAM

Rabberciando trampoli:

rabbrividita mi protergo

amara luce, spaziando

per quest’erta dove giacciono

parole a rilevarsi ossute,

dove non esistono spiragli compagni

né querelarsi varia la memoria.

 

La storia è storia:

di folle c’era l’antefatto

(il grillo parlante sfornava sentenze).

Di scompensato ancora si ode

il celebrare minestre su finestre.

 

Per la radice tua

silenziosissima preghiera scioglierò

e perché tu possa raschiare

molliche dalla crosta d’ogni pane.

 

 

 ***

 

     

Avevo voglia, stasera,

di far tremare la primavera

-io, sul ponte del nulla,

masticata dal vento,

ingiallita da elettrici barlumi-

avevo voglia di graffiarmi addosso

di recitarmi fino all’osso

-corre di traverso l’onda sozza

della notte facile e leggera-.

Ma canta l’ago

e mi presta il suo fragore

m’oscilla addosso scatenando

terree brine sulle terre di confine.

Stasera, il firmamento

m’è bestia silenziosa,

infido si protende

smascherando stelle

come toppe e bende.

Piena, in questa oblunga notte

sono, di passerelle.

 

 

 ***

 

 

Devi fuggire sulle ali del jazz

ed io veramente su quelle sono fuggita

non c’ero più, salivo, salivo,

il vuoto alleggeriva le giunture

ero finalmente la gazzella del vento,

o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere

esce smunta, circuisce un po’ la luce

e se va più su oltre il midollo

che la spinge lontano dalle mani

e dai diari, lontano dal tempo

che lampeggia fiacco e sfiora

solo cose che dobbiamo perdere.

Devi fuggire sulle ali del jazz,

allungare il passo e andare oltre

più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,

oltre la soglia che non ha memoria,

defluire dall’oscurità e risvegliarti

limpido e leggero sull’onda

che rinnova e riconsola.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:12 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: editi, edizioni simple
domenica, 24 maggio 2009

INTAGLI DI MEMORIE - poesie di Bruno Bartoletti

"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".

 ---------------------------------------------------------------------------------------------------

 

BRUNO BARTOLETTI

testi tratti da

"IL TEMPO DELL'ATTESA"

 

----------------------------------------------------

Il tempo dell’attesa

 

 

Io fui. Già il tempo quieta l’acqua

sul non cresciuto porto dell’infanzia

 

caligine avanzata sulla proda dove il vento

forte mulina remore e ricordi

sotto la torre vigile dell’ora

 

ombra tra ombre disseccate al suolo

 

fui quell’istante esile nel soffio

che sulle smorte sillabe rimuore

quando nel vespro cadono le stelle

 

fui solo l’apparenza una domanda

pagina bianca inutile sospesa una promessa

per completare il tempo dell’attesa.


***

Attesa lunare

 

 

La gora rimescola i giorni

sospesi a una pendola bianca

tra occhi di melograno,

fessure tagliate di luce,

si screpola il gesto nel lento

naufragio dell’ora.

Mi slena il silenzio dei monti

cucito a memoria negli occhi,

l’immagine nera di un treno

che screpola l’ombra del tempo.

 

Si sveste la sera le mani di seta,

nel soffio rimemora il vento d’aprile,

sui campi profumi di stoppie.

Attesa lunare distesa sul fiume

che inonda silenti bambini

in attesa, profili di donne

supine nell’ultima luce.

 

***

Non lasciarmi parola

 

 

Non lasciarmi parola

sopra aride spoglie

ramo inutile e vuoto

non fuggire oltre i deserti del fuoco

tra le lande pietrose della negazione

o nella palude dell’indifferenza

 

(il giorno batte le sue ruote

e la sera affonda

nell’implacabile violenza degli astri)

 

non recidere la radice

che ancora mi trattiene

nella lacerazione

di oscuri cunicoli

per risalire a vie chiare

nella contemplazione

della mia della tua sofferenza

nel fuoco o nel tormento

della tua significazione

 

(schegge di luce sferzano l’alba

e il sole trabocca

nell’incerta reliquia del giorno)

 

non vuota non sola

ma limpida

acqua di pura sorgente

al silenzio

alle nevi perenne

ritorna

non disabitata

all’essenza suprema

 

***

Le radici

 

 

Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba

e ginestre, dove solo intagli di memorie

trafiggono il cerchio di luce che fugge

all'orizzonte, qui dove siedo memore

di spazi mai posseduti, con queste mani

aperte  che bevono un tramonto di pensieri,

con questo cuore impaurito di preghiere,

qui dove stride solitario un corvo sopra

spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra

nera del fiume. Esule pensiero di memorie

trafuga questo istante nello sbadiglio pallido

del sole che si insacca. Qui sono nato,

o forse mai. Nasce chi cresce nella sua

terra e vive e poi vi muore. Io no.

Mi portò esule il vento per ragnatele

di strade, dove già tanto era fermarsi

un poco per sostare, eterno forestiero

ad esplorare palpiti vivi nelle rughe

del pensiero, viandante sopra lidi

di emozioni solo sfiorate con gli occhi

addormentati a raccontare storie

sepolte seminate nel vento.

 

Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,

la quercia secolare con le grosse radici

che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento

nel vuoto che risale.

Sprofonda la badia il suo silenzio.

Tace e un tormento sale dal profondo,

esule ancora, dalle membra stanche.

Per chi non ebbe soglie da varcare,

sconosciuto viandante, il tuo riposo

è solo là dove vedesti il sole che non

ricordi, o spiagge che non toccasti.

La marea porta sempre alla deriva

e ciò che resta è solo la memoria.

Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.

 

***

Mi dilaga nell’animo la selva

 

 

Mi dilaga nell’animo la selva

dei pensieri tra spigoli di mura

di questo borgo chiuso al suo silenzio.

Il freddo non dà tregua, taglia la macchia

brulla, scopre la montagna e scende

tra queste quattro case, screpola la pelle,

penetra. E oscure apparizioni lasciano

presagi incerti sulla selce ove gioca

un riflesso d’acqua e mutamenti.

 

Tempo che fu raccolgo dalle ceneri

del vento, grani di giorni uguali,

come uguale è questo sentimento

che preme come un lume sotterraneo

tra maceri di lacrime e di foglie.

Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,

di tenebre, di cose, oggetti sparsi

su una materia opaca, invisibile,

che il cuore non ravviva, muore.

 

Sono i piccoli specchi in cui si frangono

sembianze sconosciute, presagi

inafferrabili di cenere e di assenze,

è la parola oscura, senza voce,

eco perduta nella polvere e nel vento.

Il mio tormento è risorgere ogni istante,

tramutato, da queste oscure soglie,

 

è vivere e durare oltre quest’attimo.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:49 | link | commenti | commenti
categorie: editi, società editrice il ponte vecch
domenica, 10 maggio 2009

ABITARE L'IMPERFETTO - testi di Lina Salvi

"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.

  -----------------------------------------------------------------------------------------

 

 

LINA SALVI

testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007  

 

 

 

Abitare l’imperfetto

 

 

Affrontare la quarta fase

investire in ciò che siamo

non siamo, di verità avidi

sempre in bilico il sapere.

Bisogna sempre mentire al titolare

garbatamente dire,

infilare l’ago dolcemente nel punto

più dolente della gamba,

nascondere lo sdegno.

 

 

*

Mi spaventa il ritmo regolare

delle piante, le stagioni, sempre quelle

catena al collo

si potrebbe inventare, dire

di una sinistra variazione del tempo

qualcosa che sfugga suo malgrado

primitiva alla morte.

 

*

 

È uno strano movimento

del cervello, il girare a vuoto

nella sagoma di un coltello,

la solita infiammazione di un nervo,

un fuoco che pervade il cerebrale

lo stare della scrittura su una gamba

sola.

 

 

*

Resto comunque aggrappata

alla vastità di una pianura, al mare

d’oriente, a quel bacio inesplorato,

ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto

ci sarà dato, al secondo giro di vento,

al cenno sovrano del bicchiere.

 

 

*

 

 

La messa è finita

raccogli dunque il tuo pane

l’epifania del lago, i battelli

battezzati, un nome solo

a memoria.

La parola non è che

un corpo innaturale

pelle avida di sale.

 

 

*

 

Spingersi oltre questa sera

per netta conseguenza

dentro a un film

in uno spostamento d’aria di vuoto,

che ognuno porta con sé.

Conosco il male, ciò che hai lasciato

la necessaria violenza del sale

quel freddo che restringe

in un appello nominale, le arterie.

 

 

 

 

Socialità

 

 

La lettera giunse in dicembre.

La lettera parlava chiaro: non avevo

scelta dovevo partire, accettai contro

il parere di mia madre. La nostalgia

mi costringeva a lunghe telefonate

a faticosi viaggi, interrotti da turni

di lavoro, incomprensioni di colleghi

che dei meridionali non ne parlavano

mai bene, lei non mi salutò mai

con un bacio, con una carezza.

Desiderava che accettassi

l’aiuto di un parente o che tornassi a casa

il ragù che ribolliva sui fornelli

potesse amalgamare non solo la pasta!

L’ordine del giorno scivolava

apparentemente su argomenti più frivoli,

ero fidanzata, non ero fidanzata,

pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo

della mia schiena, della sua cicatrice.

Alle sue domande reagivo come se non avessi

ascoltato, come se si fossero d’un tratto

interrotti i fili della comunicazione,

come se l’esistenza di un bisogno

mi procurasse un’emozione

dalla quale era meglio stare alla larga.

Riprendevo vigore, scatto assumevo

un’espressione inflessibile e statuaria, io

che senza una barra metallica conficcata

nella schiena non ero nemmeno in grado

di governare il capo.

 

 

***

 

Il nuovo colpo di grazia lo dovevo

alla nascita di un partito.

I miei connotati furono sfruttati

per stabilire nuove minoranze, diversità .

si parlò di federalismo, secessione, di come

saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,

nelle nostre case, di come le nostre stereotipate

valigie di cartone si fossero dissolte al di là

del Po, nell’inevitabile scenario di

miseria, di sporcizia delle nostre città.

 

***

 

 

 Il primario entrava da un ingresso

secondario, osservava la schiena

prescriveva radiografie, avanti

il prossimo paziente. Immaginai

solo la catastrofe. Erri mi lasciò.

Povero, non gli riusciva di vedermi

in quello stato! Il viso deformato

dalla mentoniera, le gambe rigonfie

dalla caviglia all’inguine

un corpo impossibile da esplorare

causa le sue forme, non perfette.

Non mi guardavo allo specchio

non mi piacevo.

Nel nuovo quartiere fui nota

con un appellativo, una sillaba

che nell’uso dialettale

valeva come sinonimo di diversa.

La pronuncia, dapprima labile

a mano a mano che la parola

prendeva corpo diventava più acuta

nel tono. Quell’insieme letterale,

apparentemente innocuo e privo

di significato, produceva su di me

lo stesso effetto del magma, dell’infuocata

massa terrestre di cenere e lapilli

che, sgorgata dal ceppo del cratere,

raggiunge valle portando dietro sé

fiumi,germogli,case.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:23 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: la vita felice, editi, lina salvi
domenica, 03 maggio 2009

IL LIBRO NATANTE - testi di Alberto Mori

"Nella parola piscina/ righeboe allunghe", scrive Alberto Mori nella lirica Il libro natante, qui proposta assieme ad altre variazioni sul tema con oggetto il volume, luogo di raccolta di parole e di mondi. Mi è sembrata suggestiva questa idea della parola come piscina, serbatoio fluido, mutevole, in grado di accogliere corpi fisici e pensieri, sogni, giravolte più o meno armoniche, e, di riflesso, forse proprio in virtù di questa effimera inconsistenza, qualche nuvola di passaggio dalla forma più che mai sfuggente e riflessi di luce, cangianti. Le varie immagini del libro rese metafora da Mori mi sembra che siano recipienti interessanti, vari, traboccanti di immaginazione, ma anche di ironia, di sorpresa, appassionata, di fronte alle varietà dell'ente parola, ora rigida e inaffondabile, ora soffice, in grado di andare sotto la superficie per un istante in cui il verso coglie il mistero del senso, o lo evoca, in una capriola, leggera, vitale, tenace, in grado di dare scopo al gioco tramite il gioco stesso: "Sul/ Proscenio Bianco/ Dissolvenza/ Incontro/ E/ Dunque/ Il punto/ Alla Levità/ Sospinto". I.M.

 

-------------------------------------------------------------------------------------

ALBERTO MORI

testi inediti

     

* * *

Il libro natante

 

                                          

    Intanto

               corpi scivolanti

                                  dalla soluzione dell'immagine.

Così

 

                                             nella parola piscina    

 

                          righeboe  allunghe  

 

                          durante   nuoto  in  corsia.

 

                          Crawl   improvvisi.

 

                          Braccia   vocali    ritte.

 

                                             A dorso pagina

 

                                             acqua    addentratata

 

                                             nel   margine   di    lettura.

 

                          Poi  

 

                          riemersione

 

                          a   farfalla dell’occhio

 

                         verso  lo  stile  libero  dalla   forma.

* * *

      Il libro riletto

Alzando

 

Un poco

 

La  copertina

 

Per quei

 

Gradi definiti

 

Dalle dita

 

Schiudendo

 

La controcopertina

 

Vedendo

 

Lo sfondo

 

Neutro

 

Al retro

 

Tornando

 

Ai corsivi

 

Scorrenti

 

Nel rettangolo biografico

 

La richiusa

 

Veloce  planatura

 

Sulla pagina

 

Introduttiva

 

* * *

 

Il libro rinato

 

 >Accade<

 

 

Attraverso

 

La cenere

 

Nei

 

Soffi  Lineari

 

Sul

 

Proscenio Bianco

 

Dissolvenza

 

Incontro

 

E

 

Dunque

 

Il punto

 

Alla  Levità

 

Sospinto

 

 

> Accade <

 

 

     11.35

* * *

Il libro risuonato

   Lo slancio armonico

 

                                     torna  all’aria

 

                                     in  fiati  clarini

 

                                     note nubi

 

                                     strati variati

 

                                     soli  spartiti                   

 

 

* * *

Il libro rivisto

 

 

 

                                         Inizia

 

 

                                                                  entra  nella  parola

 

                                        dal   bordo

 

                                        percorrendo

 

                                        il  tratto

 

                                        che  va

 

                                        in  avanti

 

                                        e

 

                                        oltre

 

                                        appare 

 

                                        e  tu  sai

 

                                       avanzando

 

                                       con  la  mano

 

                                       spostare l’occhio

 

                                       accanto 

 

                                       dove

 

                                       questa  parola

 

                                       scomparendo

 

                                       rivede

 

                                     

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:42 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: inediti, alberto mori
domenica, 19 aprile 2009

INDEFINITO CANONE - poesie di Mirko Servetti

Contiene un'esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d'animo all'analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E' una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa "età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore", e quanto sia crudo questo "inesorabile tempo presente/ senza suono e senza terra". Ma il suono, un'aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre "amore di lupa che irretisce/ il doppio di me riflesso ai miraggi". Con nitidezza, ma non senza cuore e coinvolgimento, l'autore ci indica il luogo del non-dialogo, l'abisso avido di "quel dove che coltiveremo,/ killer e mandatari di noi stessi". Una poesia mai banale e scontata, quella di Servetti, da leggere apprezzando gli echi armonici, ben bilanciati, sul piano del linguaggio, e, simultaneo controcanto, la stringente attualità dei toni e dei contenuti. I.M.

----------------------------------------------------------------------------------------- 

MIRKO SERVETTI

Indefinito Canone

 

Canone I

 

   

Eppure con l'età delle parole

mutile di luce e superflue al cuore,

supponevo le strade come reali

quando gli odori delle trattorie

stemperavano note di mandòla

e il pane stava avvolto nei lunari

di tanti cieli prima. Della Russia

da lavoro il nonno ne riportava

fatiche su meraviglie e la strada,

questa strada che mai si realizzava

dove la polvere nulla poteva

contro le bacche più rosse dei fiumi,

me la figuravo senza guardare

quel reale che potevo vedere

solamente alla luna di febbraio,

il mese in cui nei campi fa silenzio

anche il giorno e le notti sono immense

e recinte da macchie d’erba medica.

 

 

 

Canone II

 

  

 

Dunque le mareggiate senza vento,

rare come una sorsata di pioggia

pure se i tuoni promettono imprese

affatturanti e si cerchi riparo

col consueto travaglio d’ogni fine

licenza. Ma l’annunciato furore

non è che una città di mezzo agosto,

inesorabile tempo presente

senza suono e senza terra ma lacrime

tramate dalle stelle, poiché il canto

sciolto in freddi rivoli non insinua

incontri di regolare scadenza.

E il cemento d’alta stagione, unito

ai candelieri della bassa riva,

spegne i contorni dei sigilli impressi

al sentore d’ogni nuovo equinozio.

 

 

 

 

 

Diadema del nulla

 

 Nel pieno delle tempeste lunari
 ogni terra mi discorre di te,
quando al mezzo della notte fragranze
d’aria scolpiscono effigi di sale
e tergiversano i proemi del cuore;
così dissimuli il tempo allo specchio,
 ora indossando la foggia invernale
sui cigli delle strade, ora schiudendo
 con apprensione i cassetti tarlati
dei ricordi che avevi conservati

tra le calze di seta e un sillabario
in un mattino che sfidava il sonno
nonostante le fradice percosse
del vento. Grande è infine la riserva
 marina che si estingue in squarci, nero
il tuo amore di lupa che irretisce
il doppio di me riflesso ai miraggi.

Dove quel dove che coltiveremo,
killer e mandatari di noi stessi…

 

 

  

 

 

 

Sequenza mobile

 

  

L’Occidente, al principio della fine,

si chiude nelle stanze circolari

che ti alloggiarono, bruna e febbrile

in un corpo che Dio non può sapere.

 

Il mito latino mi deglutisce

e mi disperde ai margini di te,

come un grumo di terra che si bagna

all’ annunciare delle fioriture.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:40 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: inediti, mirko servetti, indefinito canone
domenica, 05 aprile 2009

CENDRILLON - racconto di Lucetta Frisa

La prosa di Lucetta Frisa, con il materiale ampio e vario di citazioni, rimandi, collegamenti intertestuali, pone il lettore di fronte ad una domanda il cui senso è nell'atto stesso dell'interrogarsi, nell'esplorazione tenace di un dubbio fondamentale. L'acuto, brioso, teso, sorprendente racconto che propongo qui di seguito, ne è un chiaro esempio: partendo da una vicenda reale (riassunta nella nota fatta precedere al testo), seppure ai confini del credibile e dell'immaginazione, l'autrice ne esplora i sensi e controsensi, le verità e le menzogne, percorrendo quella sottile linea di confine che unisce e separa l'assurdo dal sensato, la lievità libera dall'oppressione dei dati di fatto. La letteratura, evocata, creata, rimodellata, venerata e modificata, diventa un mezzo privilegiato per provare a sondare la terra di nessuno, quella zona priva di indicazioni e segnalazioni esatte, quella in cui dimora il senso ulteriore del viaggio, la direzione, se non la meta del cammino. Sempre senza pontificare, con una prosa lieve e ironica, sempre capace di unire la sostanza con un ritmo accattivante, Lucetta Frisa continua a portare con sé, nelle sue escursioni sui terreni della narrativa, i bagagli di una vasta cultura ma anche gli abiti lievi, da turista disposta a prendere atto delle sorprese e delle meraviglie del mondo e della parola, sperando costantemente nell'attimo in cui le due dimensioni si sovrappongono in un istante, prezioso, di bellezza. I.M.

---------------------------------------------------------------------------------

CENDRILLON

racconto di Lucetta Frisa

N.d.a:

Nell’anno 1697 si scoprì un delitto compiuto da Pierre Perrault Darmancour, figlio di Charles Perrault, nella persona di un giovane sconosciuto. Ne seguì un processo. Per ottenere la protezione della corte durante il processo, il padre avrebbe pubblicato, con il nome del figlio Pierre Perrault Darmancour, il volume di racconti intitolato Histoires ou comtes du temps passé avec des moralités,  dedicandolo a Mademoiselle, la nipote di Luigi XIV. Pierre venne graziato. Tre anni dopo, partì per la guerra dove perse la vita. Le favole di Charles, con il titolo Les comtes de ma mère l’oye sopravvivono fino ai nostri giorni. Il guitto napolitain che avrebbe tradotto in francese il capolavoro di G.B.Basile, è vissuto solo nella mia immaginazione.

 

 

   Parigi: luglio 1697, notte alta.

   Nel salotto non filtra una bava d’aria. L’atmosfera è afosa e cupa : due scrittoi, uno ordinato, l’altro invaso dai fogli. Brocche d’acqua. Candelieri accesi.

   Qualcuno bussa.

   È il valletto che, mezzo addormentato, annuncia:

   - Monsieur, il viaggiatore che attendevate è qui.

   - Entrez!

   Monsieur tiene in mano un mouchoir di pizzo chantilly per detergersi le perle di sudore che colano giù dalle tempie strette e sventagliarsi un po’.

   Il viaggiatore, avvolto in un mantello nero pece, fa il suo ingresso silenzioso e felpato. Respiro ansante, alito non aristocratico. E’ senza parrucca, i capelli folti e nerissimi, sono incollati al cranio. Cinque giorni di viaggio da Avignon e neppure una sosta.

   No, non bisogna aver pietà per quelle ossa maltrattate dalla corsa su carrozze scomode e arrugginite con cavalli moribondi: nessuna pietà per il sonno arretrato e quel sudoraccio puzzolente. Monsieur ha fretta. Non si alza come imporrebbe il dovere dell’ospite. Dice solo, indicando col lungo mignolo un’ombra smilza, alla sua destra, china sullo scrittoio affollato di carte:

   - Questo è mio figlio Pierre Perrault Darmancour, che prenderà qualche appunto. E laggiù - il lungo mignolo devia di pochi millimetri dalla traiettoria - c’è dell’acqua, se volete.

   L’uomo si toglie il mantello. Altra puzza, più intensa e diffusa, stavolta. Fa circolare per la stanza uno sguardo nerissimo come tutto il resto. Si versa rumorosamente da bere, mentre Pierre Darmancour tossisce, si accomoda meglio sulla seggiola, comincia a intingere la penna d’oca che ha un lieve soprassalto entrando nell’ampolla dell’inchiostro.

   Rimangono in attesa, la penna, l’inchiostro, il foglio e Pierre Darmancour, il cui volto è abitualmente pallido ma ora è addirittura cadaverico sotto la luce delle candele.

   Lo sconosciuto si abbatte nel fauteuil con uno schianto. Fruga dentro un involto che nasconde sotto il mantello, ne estrae con cura un libro vecchio, di media grandezza, rilegato in pelle da poco prezzo. Lo posa con delicatezza sul palmo della mano sinistra e mentre la luce del candeliere gli serpeggia sul volto che Monsieur giudica intollerabilmente vulgaire per la carnosità delle labbra e lo spessore allargato del

 

naso, lo apre con solennità. Poi solleva la mano destra come a dirigere un ensemble di viole e violoncelli, fa un sospiro in tre tempi e con tono basso ma vibrante, inizia:

 

   LO CUNTO de LI CUNTI ovvero LO TRATTENIMENTO de PECCERILLI di Gian Alessio Abbatutis, detto GiovanBattista Basile, in Napoli 1634, Jornata Prima.

 

   - Un momento, - interrompe Monsieur, tirandosi i baffi aguzzi come vibrisse - mi assicurate che l’autore è morto da trentacinque anni?

   - Uì, Messiè - risponde il napoletano.

   - E che l’opera omnia è postuma?

   - La sorella Adriana la fece pubblicare due anni dopo la sua morte. Ma mezzo sconosciuta è rimasta. Parola mia, Vossia…pardon, Messiè.

   - Mi assicurate che siete l’unico su questa terra a possedere l’unica copia rimasta dell’opera?

   - Uì, Messiè, parola mia. Avete avuto le giuste informazioni.

   - Et vous, com’è che sapete il francese? - chiede infine Monsieur Charles Perrault con malagrazia, al termine dell’interrogatorio, con lo stesso tono indagatorio e diffidente.

   Neppure lui si ricorda con precisione il nome e l’aspetto di chi gli ha confidato nella massima segretezza e dietro un sostanzioso compenso, come un certo Giovan Battista Basile, vissuto in Italia presso le piccole corti della Campania, avesse scritto comtes très intéressants. Racconti ascoltati dal popolo e in seguito trascritti, rinventati, arricchiti di particolari, per divertire i suoi signori, ma…hélas! En langue  napolitaine.

   Aveva messo in atto una serie di strategie, con informatori e spie, che si depistavano l’uno con l’altro, ingarbugliavano le notizie, fino a giungere all’uomo chiave: un ignoto guitto napoletano, figlio illegittimo e rinnegato di un nobile decaduto, ma buon amante delle parole, sia parlate che scritte. Su un carro di Tespi si era allontanato da Napoli, salendo per tutta l’Italia, portandosi dietro altri girovaghi, rimaneggiando vecchie commedie a uso e consumo dei suoi attori e di un pubblico sempre diverso. E  girando e rigirando per le piazze italiane era arrivato fino in Provenza dove attori, teatro e girovaghi stanno di casa, vi aveva fatto fortuna e imparato il francese. Un guitto napoletano che possedeva il libro originale di Basile e vi attingeva per tirar giù canovacci alla buona.

   Questo gli conferma adesso il napolitain in persona che continua ad asciugarsi fiumi di sudore davanti a lui con un orrendo foulard sbrindellato storpiando la sua bella lingua francese fino a farlo imbestialire.

   - Provate a leggermi qualche pagina di Monsieur Abbatutis - ordina Monsieur Perrault e si assesta più comodamente nel suo fauteuil.

   - Antonio di Marigliano ped essere l’arcifanfarode de catammare cacciato dalla mamma, se mese a li servizie de n’uerco…

   - Comment? - interrompe la voce stridula di Pierre Darmancour Perrault, finora muto come un sepolcro, ma con la penna sempre in aria intinta e rintinta tante volte nel calamaio senza avere scritto una sola parola.

   - Traduco subito, Messiè, statevi bbuono…- dice il napolitain fermando in aria quella sua mano così volatile che accompagna le volute barocche del racconto.

   - Antonio di Maragliano, cacciato dalla mamma perché è il capintesta degli scemi, si mise al servizio di un orco

   Perrault si tira le vibrisse in segno di soddisfazione, mentre quel traduttore-traditore legge infervorato, addentrandosi nei sapori della lingua del Basile e traducendola con una certa maestrìa in un francese accettabile. Di tanto in tanto emette un Ah, bon, sorride e ride malgré soi, perché già si immagina il suo successo, proporzionale al divertimento di Mademoiselle e di tutta la corte riunita a cerchio attorno a lui che di sera, avrebbe letto a voce alta quelle favole.

   Anche Pierre ha deposto la penna inutilizzata, se ne sta con le orecchie tese, a braccia conserte, più cadaverico che mai.

   Poi Monsieur smette di divertirsi e comincia a pensare. Una domanda gli guasta la festa, gli trapana il cervello.

   Come essere sicuri che questo incontro segreto rimanga tale?

   D’accordo, Napoli è lontana e l’unica copia de LO CUNTO de LI CUNTI è lì, nelle mani del presente guitto napolitain che si agita come solo i meridionali italiani sanno fare. Ma… già si è saputo che lui, Charles Perrault, Accademico di Francia, ha attinto qua e là, per le sue fiabe, da LE PIACEVOLI NOTTI de Lo Straparola, in  una traduzione francese…Ma adesso, Parbleu, nulla deve trapelare di questa visita notturna, di questo attore-traditore che ha portato qui, fino in casa sua, il  libro tanto straordinario di Monsieur Abbatutis, vulgo Basile. Che opinione si farebbe la Francia e il mondo intero, di un accademico di Louis XIV che scopiazza le sue fiabe da un ignoto écrivain napolitain?

   -  Bon, - taglia corto Monsieur -  Voi mi dovete tradurre questo libro. Anzi, mi hanno parlato di ben cinque volumi, se non erro. Donc, il tempo stringe, l’estate è al suo culmine e io ho fretta di pubblicare. Quando tutto il lavoro sarà finito, sceglierò quelle trame e quei particolari che più mi piacciono. Sarete pagato bene per questo servizio. Ma sarete pagato di più per il silenzio. Nessuno, mai, dovrà sapere del nostro incontro di questa notte.

   - D’accordo, Messiè.

   - E voi dovrete togliere dal vostro repertorio le commedie che si ispirano a quelle di Basile. Sarete pagato ancora molto di più per questo. Ma guai a tradirmi. Ho le mie spie.

   - D’accordo, Messiè.

   - Sarete alloggiato a casa mia. Avrete ogni conforto: vitto abbondante, abiti decenti, una sgualdrina per i vostri bassi piaceri. Lei non parlerà, è muta, né potrà scrivere, è analfabeta. Ma, ripeto, nessuno, al di fuori di me e di mio figlio- e di quella sgualdrina - dovrà sapere del vostro soggiorno qui. Detterete a voce la traduzione dal napoletano in francese, direttamente al qui presente Pierre Darmancour, mio figlio, che la trascriverà in bella copia.  Avez-vous compris?

 

-         Uì, Messiè ai vostri ordini, Messiè …Però adesso, vi prego di ascoltarmi -  fa l’attore, con un tono quasi perentorio, e i suoi occhi si accendono di una luce

luciferina - Questa storia dovrebbe piacervi in modo particolare. Si intitola:

 

   Il Sesto passatempo della prima giornata ovvero la Gatta Cenerentola.

  

   Già dalle prime battute Monsieur è rapito, il mouchoir di pizzo di chantilly si è bloccato a mezz’aria, il respiro pure. Solo le vibrisse tremano.

 

   Una notte di luglio a Parigi, nel 1697, Zezolla comincia lentamente a trasformarsi in CENDRILLON che lascia la sua vecchia casa napoletana e corre al ballo di un principe francese. Chi già la sta immaginando in questo modo, fa cenno con il mignolo a un’ombra smilza di avvicinarsi. L’ombra si avvicina, Perrault padre accosta le labbra all’orecchio dello spettro- figlio e bisbiglia:

   - Bisogna bruciare il libro appena tradotto. Mai visto, letto, ascoltato.

   - Oui, monsieur le père.- risponde lo spettro con un altro bisbiglio.

   Poi lo spettro indica col mento aguzzo il lettore-traduttore-traditore napolitain che, leggendo appassionatamente, non si è accorto di quegli spostamenti in platea, né tantomeno dell’espressione complice e perversa di due paia d’occhi che lo fissano, e aggiunge, con un sibilo ancora più impercettibile:

   -E di lui, che cosa ne faremo?

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:36 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: racconto, lucetta frisa
martedì, 24 marzo 2009

CURVE DI LIVELLO - Annamaria Ferramosca

Nell’ambito della rassegna   Itinerario rosa 2009 – percorsi al femminile

                                                              Città di Lecce, Assessorato alla cultura

                                                              Sala conferenze ex Conservatorio S. Anna ( Lecce),

                                              giovedì 2 aprile 2009, ore 18

 

                                                            sarà ospite

 

              Curve di livello,  MARSILIO editore, collana Elleffe- Lingue di poesia

 

                                             di Annamaria Ferramosca  

 

                   Letture dell’autrice - Interventi di Elisabetta Liguori e Bianca Madeccia

                                Al violoncello Antonio Cavallo, all’arpa Carmela Cataldo

 

 “Perché i segni realizzino il processo di traghettare il tempo, a non arrendersi di fronte alla storia dicendola impossibile o finita, occorre che la parola poetica recuperi questo suo compito attraverso la componente mitica; occorre che la poesia non smetta una sua tensione anche utopica a farsi mitopoiesi, a isolare cioè i personaggi che schiude, le dimensioni che rappresenta, presentandole con quel nitore che è proprio del mito, come figure che in qualche modo si consegnano alla nostra memoria. E questa mitopoiesi, come attraversamento e confronto con le culture e con la tradizione, è un tratto distintivo della poesia di Annamaria Ferramosca. (Marcello Carlino, “poiein.it”)

 

Annamaria Ferramosca ha saputo proporre con questa sua nuova, convincente opera poetica, Curve di livello uno scandaglio ampio e incisivo del mondo. Ha saputo oscillare con moto isocrono tra la concretezza dei dati di fatto dell’essere e quell’aspirazione, ugualmente solida, a crearsi una “mitologia del quotidiano". Questo libro è un utile e ispirato “manuale di volo” da leggere prima, dopo e durante i tentativi di decollo e di atterraggio sui suoli sassosi del nostro tempo. ( Ivano Mugnaini,  vicoacitillo.net )

 

“Chiudiamo il libro avendo attraversato la densità di un'esperienza certamente adulta, pagine nelle quali si assume su di sé il tempo e il suo portato di scenari con energia e leggerezza e che hanno dietro l'eco della grande poesia, da Leopardi a Saffo al già citato Rilke. ( Maria Grazia Calandrone, “La Mosca di Milano” )

 

 “In questa raccolta i suggestivi graffiti di ipotetiche grotte di Lascaux “traghettano” il tempo come sulle pagine la scrittura, in un abbattimento di barriere spazio-temporali come solo la magica forza del poiein sa operare. (Valeria Serofilli , motivazione Premio Astrolabio)

 

 Curve di livello è finalista al Premio Camaiore 2007, è Primo Premio Astrolabio,

Città di Castrovillari-Pollino , Violetta di Soragna, finalista ai Premi Lerici Pea e Pascoli.

 

Testi in voce su :  http://oboesommerso.splinder.com/tag/progetto+lettura+55+aferramosca

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:07 | link | commenti | commenti
categorie: curve di livello, marsilio, annamaria ferramosca

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

Archivio

oggi
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
--- 2008 ---

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte